CapoVerso si occupa delle persone. Quelle che lavorano in azienda e quelle che aspirano a diventare leader, senza però avere l’ossessione del potere. Ma anche delle altre, leader in pectore, che vogliono saperne di più, che non si accontentano dell’informazione spazzatura, che aspirano ad avere uno spirito critico, che vogliono ragionare con la loro testa, restando liberi. In azienda come lavoratori e nella società come cittadini.

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Attenti al contagio da cellulare! Effetto Camaleonte

Sapete cos’è l’effetto “camaleonte”? Presto detto. E’ il bisogno di imitare gli altri anche senza rendersene conto. E’ quello che succede quando qualcuno guarda il suo cellulare. Subito, almeno la metà delle persone intorno a lui è spinta a prendere il proprio telefonino e a dare un’occhiata per vedere se ci sono novità. Un bisogno che non può essere controllato, un po’ come capita quando vediamo qualcuno che sbadiglia e anche a noi viene voglia di sbadigliare. Un vero e proprio contagio subliminale.

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Breve è bello! La concisione è l’anima della comunicazione

Jason Hennessey

Jason Hennessey è CEO di un’azienda che porta il suo nome, Hennessey Digital, e un esperto di SEO, autore e relatore. Di una cosa è convinto questo ragazzone americano. Che insieme alla sincerità e alla passione, la dote di un vero leader sia la brevità. Cioè la capacità di esprimersi in un modo conciso, senza troppi giri di parole. Sentiamo quello che sostiene lo stesso Jason: “Sono conciso perché credo che quando si guida un’azienda sia necessario e indispensabile ridurre la minaccia di una cattiva comunicazione”.

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La matrice di von Manstein: meglio un intelligente pigro che uno stupido attivo!

Generale Erich von Manstein

Chi era il generale tedesco von Manstein? Era un ufficiale molto ascoltato da Hitler a cui si deve, tra l’altro, la cosiddetta “Blitzkrieg”, la guerra lampo. Partecipò alla spedizione tedesca in Russia e si comportò bene, essendo l’unico comandante a resistere alla controffensiva dell’Armata Rossa, con la tattica della “difesa fluida”.

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Quali sono i punti di forza dei manager di successo?

Quali sono i punti di forza dei manager di successo? E’ una domanda che ci siamo sentiti porre chissà quante volte. E anche le risposte ci sembra di conoscerle già. Eppure crediamo che non sia superfluo tornare sull’argomento, cercando di illustrare le caratteristiche più congeniali per chi deve guidare un’azienda, in base alle valutazioni fornite da tre prestigiose istituzioni che curano la formazione dei manager a livello internazionale.

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Lo stato peggiore per un’impresa? Lo status quo

E’ un gioco di parole ma nemmeno tanto. La professoressa Louise Muhdi che si occupa di strategia dell’innovazione (vedasi nostro precedente articolo) sostiene che: “Lo status quo è il nostro nemico: se pensiamo di sapere tutto e di stare già facendo le cose nel miglior modo possibile, non abbiamo alcun incentivo ad evolverci”. Ed è probabile – aggiungiamo noi – che presto ci troveremo ad affrontare una situazione che ci metterà in grave crisi.

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💡 Intermezzi di riflessione

I brani che in questi giorni abbiamo pubblicato sono stati tratti dall’ultima enciclica di Papa FrancescoFratelli tutti” (Ottobre 2020).

E, per finire, o meglio, per incominciare, riportiamo anche alcuni brani dell’intervento del Papa al Forum di Assisi.

Non siamo condannati a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale. Come se potessimo contare su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse. No, non siamo costretti a continuare ad ammettere e tollerare in silenzio nei nostri comportamenti che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti”.

Siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati, è tempo, cari giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti d’azienda, è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità in cui le persone, e specialmente gli esclusi” siano protagonisti”.

💡 Rivendicare i diritti, non dal punto di vista individualistico

La persona umana, coi suoi diritti inalienabili, è naturalmente aperta ai legami. Nella sua stessa radice abita la chiamata a trascendere sé stessa nell’incontro con gli altri. Per questo «occorre prestare attenzione per non cadere in alcuni equivoci che possono nascere da un fraintendimento del concetto di diritti umani e da un loro paradossale abuso. Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali – sono tentato di dire individualistici –, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una “monade” (monás), sempre più insensibile […]. Se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze».

Una allegra superficialità

In questa linea, torno a rilevare con dolore che «già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi». Volgiamoci a promuovere il bene, per noi stessi e per tutta l’umanità, e così cammineremo insieme verso una crescita genuina e integrale. Ogni società ha bisogno di assicurare la trasmissione dei valori, perché se questo non succede si trasmettono l’egoismo, la violenza, la corruzione nelle sue varie forme, l’indifferenza e, in definitiva, una vita chiusa ad ogni trascendenza e trincerata negli interessi individuali.

Solidarietà è una parola che non sempre piace; direi che alcune volte l’abbiamo trasformata in una cattiva parola, non si può dire; ma è una parola che esprime molto più che alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari».

💡 Libertà di mercato ed efficienza non bastano

Se la società si regge primariamente sui criteri della libertà di mercato e dell’efficienza, non c’è posto per costoro, e la fraternità sarà tutt’al più un’espressione romantica.

Il fatto è che «la semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio».

Parole come libertà, democrazia o fraternità si svuotano di senso. Perché, in realtà «finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale». Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di sé, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se lo loro efficienza sarà poco rilevante.