Parte seconda: L’etica perversa del “così fan tutti”

Sabbia

Lo dicevamo nel precedente articolo, tollerare piccole trasgressioni o comportamenti non etici porta a giustificare infrazioni o irregolarità sempre più gravi. Si comincia, ad esempio, ad aggiungere degli extra inesistenti alla nota spese.

La giustificazione automatica per la propria coscienza (qualora rimorda) è: “Che male c’è, lo fanno tutti!”. Poi, il meccanismo prende la mano e crescono le occasioni di addebitare all’azienda spese di importi sempre crescenti che non dovrebbero essere oggetto di rimborso. La giustificazione (qualora la coscienza abbia ancora l’ardire di farsi sentire) potrebbe essere: “Per l’impresa si tratta comunque di cifre modeste!”

Non servono regole più severe ma andare alla fonte del malessere etico

Alla fine, capita che l’azienda si accorga del comportamento irregolare tenuto dal manager. L’intervento disciplinare, modulato a seconda della gravità dei fatti emersi, si concentra immediatamente sulla persona che ha sbagliato, come è giusto che sia.

Ma si trascura il problema più generale, cioè quali possano essere state le cause che hanno favorito un simile comportamento poco etico nell’ambito di quell’organizzazione. Il che non significa limitarsi a ridiscutere regole e divieti aziendali, introducendo ulteriori e più severi controlli o verifiche, ma capire che cosa è venuto a mancare nella cultura aziendale nel suo complesso per favorire un tale preoccupante ridimensionamento delle norme etiche condivise.

Insomma, di fronte a comportamenti poco etici diventa pericoloso pensare che si tratti soltanto di casi isolati e circoscritti. Se tale diffuso lassismo morale venisse percepito, anche solo a livello inconscio, persino il migliore dei dipendenti potrebbe essere tentato di abbassare i propri standard etici. E ci troveremmo di fronte a una catastrofe. Perciò, “insabbiare” il caso, paradossalmente, diventa estremamente più pericoloso che avere coraggio di portarlo alla luce del sole.

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