E’ possibile una formazione sull’Etica? Il contributo di Augusto Carena

Riportiamo l’intervento di Augusto Carena, ingegnere nucleare che si occupa di formazione manageriale su temi relativi a simulazioni di business, systems thinking, decision making complesso, e bias cognitivi nelle organizzazioni. Insieme a Giulio Sapelli è autore del libro “Dialoghi inattuali sull’etica”, Guerini Next, 13 €,

E’ possibile una formazione sull’Etica? Ce lo domandiamo, con Giulio Sapelli, da più di vent’anni. Da quando, cioè, abbiamo iniziato a inserire, nei programmi formativi per Manager di diverse grandi imprese, un “caminetto” sull’Etica. Non un corso, né un modulo. Piuttosto, una conversazione a più voci.

Una piccola premessa. Per quanto non tutti siano d’accordo, a nostro avviso Etica e Morale non sono due termini sovrapponibili. Ognuno di noi ha una Morale, che l’abbia ereditata dalla famiglia, dalla società, o se la sia costruita da sé. Io sono ateo, tu cattolico o ebreo. Lui è poligamo, lei monogama. Di ciascuno dei valori che queste posizioni sottintendono, rispondiamo alla nostra coscienza. E quando facciamo qualcosa insieme – lavoriamo in un’organizzazione comune, o siamo impegnati in beneficenza, o in uno sport di squadra, non tutti concordiamo su tutti i valori che ciascuna di queste morali implica . Ognuno di noi vede il mondo attraverso i propri “occhiali” morali. Dunque, un’impresa comune sarebbe possibile solo tra persone moralmente molto affini, o che rinuncino del tutto a coniugare i propri valori.

Qui entra in gioco l’Etica, almeno come la consideriamo noi. E’ un processo volontario, in cui insieme decidiamo di mettere in comune parti delle nostre sfere morali che tutti possiamo condividere: l’eguaglianza di genere, o la solidarietà, o il rispetto delle future generazioni. Rinunciando ad imporre valori che, al contrario, dividerebbero anziché unire.

Dunque, l’Etica, in questo senso, si può insegnare?

Cominciamo col dire che, se guardiamo alla storia recente, c’è da essere pessimisti. Non c’è mai stato, nelle organizzazioni, un proliferare di strumenti – Codici Etici, Comitati, ecc. – e di formazione sulla cosiddetta Business Ethics come negli anni seguenti il caso Enron. Eppure, a scadenza ravvicinata, eventi clamorosi sottolineano quanto poco questa valanga di interventi sia servita – pensiamo al caso Volkswagen, giusto per limitarci a quelli internazionali.

Il libro di Augusto Carena e Giulio Sapelli "Dialoghi Inattuali sull'Etica - Quello che le business school non dicono", edito da Guerini Next.
Il libro di Augusto Carena e Giulio Sapelli “Dialoghi inattuali sull’etica“, edito da Guerini Next.

Negli anni recenti, tuttavia, si sono levate voci relativamente più ottimistiche, principalmente dai campi della psicologia cognitiva. A distanza di pochi anni, Steven Pinker (Il declino della violenza) e Michael Shermer (The moral arc), hanno sostenuto in volumi destinati al grande pubblico che scienza e ragione hanno guidato l’umanità al periodo (quello che stiamo vivendo) meno violento e meno ingiusto di tutta la nostra storia. Un brillante giovane filosofo, Joshua Greene (Tribù morali), sostiene la necessità, e soprattutto la possibilità, di costruire una metamorale (qualcosa di simile all’Etica come la intendiamo) per ridurre gli scontri tra morali diverse che infestano la storia di questi giorni.

Max Bazerman, infine, pone una domanda centrale per il nostro tema. Perché la formazione tradizionale sull’Etica non funziona?

Gli approcci tradizionali, sostiene, si concentrano su come dovremmo agire in presenza di un dilemma etico. Ma trascurano di occuparsi di come ci comportiamo realmente quando ci troviamo ad affrontarlo. Eppure, da diversi anni, le scienze cognitive suggeriscono insistentemente che in alcune occasioni tutti noi deviamo sistematicamente e inconsapevolmente dalle stesse norme morali in cui sosteniamo di credere. Il recente campo della Behavioral Ethics (Etica Comportamentale), in particolare, studia la psicologia dei comportamenti etici non intenzionali, riconoscendo che c’è un gap, di cui spesso non siamo coscienti, tra quanto etici crediamo di essere, e quanto lo siamo davvero. Senza attenuare la responsabilità per le azioni intenzionalmente non etiche, essa ci aiuta a comprendere il ruolo che, nell’esplodere di casi come Enron o VW, hanno molti micro-comportamenti non intenzionali. E suggerisce che, per affrontare il mare magnum di questi ultimi, servono strumenti nuovi e diversi, perché diversi sono i meccanismi che essi devono contrastare.

Le conclusioni a cui Bazerman giunge sono forse un po’ semplicistiche – nel volume Blind Spots suggerisce una serie di strumenti operativi per affrontare questi problemi. Ma il punto che tocca è importante, e chiunque voglia provare a costruire un mondo migliore deve cominciare a farci i conti.

La nostra esperienza nelle aule di formazione suggerisce che agire sui comportamenti, anche se alla lunga può aiutare, non risolve il problema. Essere disposti a mettere in campo una parte dei propri valori significa anche, nell’interazione con le altre persone, correre dei rischi immediati in cambio di una prospettiva di miglioramento di lungo termine, peraltro incerta. E, per farlo, bisogna esserne intimamente convinti.

A oggi, conosciamo solo due modi per alimentare questa convinzione. Il primo è quello del gioco. “Vivere” un dilemma etico, nella cornice di un role-play in cui la dimensione emotiva e l’esperienza personale possono raggiungere livelli profondi, è un buon modo di assorbire temi che altrimenti rimarrebbero in superficie. Il secondo è la libera conversazione, dove ogni voce contribuisce ad esplorare, ad esemplificare e ad arricchire le idee di ciascuno.

E’ lungo, faticoso e ci espone tutti. Ma, dopo ogni conversazione che ci è capitato di sostenere nelle aule di tutto il Paese, usciamo – percepibilmente – diversi.

Augusto Carena

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