Il passaggio da ego a ecosistema: l’idea di Otto Sharmer

Otto Scharmer
Otto Scharmer

Otto Scharmer e Katrin Kaufer hanno scritto un libro estremamente interessante nel 2013, tradotto lo scorso anno da Franco Angeli e intitolato “Leadership in un futuro che emerge”: a questo proposito si veda il nostro precedente articolo pubblicato su questo sito.

Si parla del passaggio da ego-sistema ad eco-sistema e delle novità che questo processo produrrà nella visione economica e nella società intera. Un libro rivoluzionario di cui non si è percepita ancora tutta l’importanza. Riportiamo la prima parte di un’intervista rilasciata da Otto Sharmer.

Viviamo in un’epoca di profondi sconvolgimenti. Le crisi globali della finanza, i problemi della scarsità di risorse (cibo, acqua, carburante), la povertà crescente delle popolazioni mettono in crisi ogni aspetto della nostra società. Ma, allo stesso tempo, offrono anche le possibilità di rinnovamento personale e sociale. Per cogliere queste opportunità abbiamo bisogno di fermarci e di porci alcune domande fondamentali: perché i nostri comportamenti  generano collettivamente risultati così deludenti? Che cosa ci tiene bloccati in vecchi schemi operativi? Che cosa possiamo fare per trasformare alla radice i problemi che ci tengono legati ai modelli del passato?

Secondo lei, le cause della crisi globale di oggi hanno origine nel nostro modo di vedere la realtà attraverso paradigmi obsoleti del pensiero economico. Ce lo può spiegare?

I sintomi di questa crisi possono essere riassunti in tre aspetti che ci allontanano da una visione più umana della vita: aspetti di tipo ecologico, sociale e spirituale. Il divario ecologico si manifesta in sintomi come la distruzione dell’ambiente. Attualmente utilizziamo una volta e mezzo la capacità di rigenerazione del pianeta terra nelle nostre attività economiche. Il divario sociale si manifesta nel continuo aumento dei tassi di povertà, di ingiustizia con progressiva crescita delle differenze tra ricchi e poveri. E il divario spirituale si presenta con un aumento dei tassi di burnout e depressione, e in un crescente scollamento tra il PIL e il benessere effettivo delle persone.

Queste disconnessioni strutturali indicano che il nostro sistema è stato danneggiato. Ma qual è la causa principale che ha prodotto questi danni?

Credo che provenga direttamente dai modi in cui noi attualmente pensiamo l’economia. Come per la maggior parte delle cose sulla terra, i quadri economici hanno un proprio ciclo di vita, dalla nascita, allo sviluppo, alla crescita, fino a che non sono più in grado di sopravvivere. La teoria economica moderna non fa eccezione. Ad esempio, dopo le depressioni mondiali del 1930, il pensiero economico tradizionale si è evoluta con l’apertura fino alla macroeconomia keynesiana. Poi, dopo la crisi di stagflazione degli anni 1970, il mainstream  si risolse di adottare la scelta monetaristica di Milton Friedman, che ha influenzato il processo decisionale per i successivi 30 anni.

Come si è sviluppato questo ciclo? Il pensiero economico tradizionale si è modificato a seguito della crisi finanziaria globale del 2007 e 2008?

Purtroppo, non molto: i dibattiti economici sono ancora modellati dalle stesse strutture e dalle false dicotomie che hanno preceduto la crisi. L’intervento di successo delle banche di Wall Street dopo il 2008 per evitare una regolamentazione bancaria efficace, e il crollo dei negoziati sul clima globale a Copenaghen, alla fine del 2009, sono i principali esempi del fallimento sistemico del capitalismo nella sua forma attuale, incapace di affrontare le grandi sfide del nostro tempo.

I principali difetti della teoria economica tradizionale si possono riassumere in due parole: esternalità e coscienza. Esternalità economiche – cioè, i costi dell’attività economica – sono stati discussi a lungo da decisori politici e ricercatori. Sono stati affrontati, almeno in parte, attraverso i successivi tentativi per regolamentare e incentivare comportamenti aziendali, al fine di ridurre l’inquinamento e lo sfruttamento di esseri umani – ma sono solo piccoli passi e molto resta ancora da fare. Al contrario, la coscienza è stata completamente ignorata, nemmeno presa in considerazione come legittima categoria del pensiero economico.

Perché è così importante?

L’attuale economia capitalistica è fondamentalmente egocentrica: si è strutturata per soddisfare i bisogni individuali e di privatizzazione, privilegiando le decisioni autonome e personali. La maggior parte dei tentativi di affrontare questo problema (come la responsabilità sociale d’impresa) hanno cercato di farlo, estendendo la consapevolezza dei consumatori e dei produttori al di là della loro personale visione, sensibilizzandoli a tenere conto del benessere di altri soggetti interessati. Ma questo processo, purtroppo, fin qui è risultato insufficiente per affrontare le dimensioni e la complessità delle crisi che abbiamo di fronte.

Ciò che è veramente necessario è un cambiamento profondo nella coscienza delle persone, in modo che ognuno cominci a pensare e agire, non solo per se stesso e gli altri soggetti interessati, ma nell’interesse di tutto l’ecosistema in cui le attività economiche si svolgono.

In caso contrario, c’è il rischio che queste esternalità avranno efficacia ridotta, mentre la coscienza che le crea non verrà minimamente modificata, consentendo gli stessi costi e inefficienze che si ripresentano in una veste diversa. Non ha molto senso, per esempio,  sostenere che i diritti di proprietà privata debbano essere superati da un’idea di proprietà in comune o condivisa se la coscienza della gente è ancora bloccato a livello egoista ed individualista.

Pertanto, gli imperativi economici del nostro tempo devono puntare a una evoluzione della nostra coscienza da un sistema basato sull’ego a un sistema basato sull’eco, da uno stato di consapevolezza a un altro. Parafrasando Einstein, il problema con il capitalismo di oggi è che stiamo cercando di risolvere i problemi con la stessa coscienza che li ha creati.

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