Davigo e la corruzione: “Continuano a rubare ma hanno smesso di vergognarsi”

Piercamillo DavigoLo sappiamo che non dobbiamo estrapolare frasi da interviste o articoli. Non è così che si danno le informazioni. Ma, in questo caso, crediamo soprattutto di fare un favore a chi magari si è perso qualche passaggio della polemica che si è sollevata attorno ad alcune affermazioni di Pier Camillo Davigo dal “Corriere della Sera” e dal “Fatto Quotidiano”. Inoltre, tali commenti  tornano utili per continuare la nostra riflessione sull’etica.

Ecco cosa dice Pier Camillo Davigo, da poco Presidente ANM, sulla situazione della corruzione in Italia oggi:“Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti”.

“ È come in quella barzelletta inventata sotto il fascismo. Il prefetto arriva in un paese e lo trova infestato di mosche e zanzare, e si lamenta con il podestà: “Qui non si fa la battaglia contro le mosche?”. “L’abbiamo fatta — risponde il podestà — solo che hanno vinto le mosche”. Ecco, in Italia hanno vinto le mosche. I corrotti”.

La corruzione dà vita a un mercato illegale

Tutto è lasciato all’iniziativa individuale o a gruppi temporanei. La corruzione è un reato seriale e diffusivo: chi lo commette, tende a ripeterlo, e a coinvolgere altri. Questo dà vita a un mercato illegale, che tende ad autoregolamentarsi: se il corruttore non paga, nessuno si fiderà più di lui. Ma se l’autoregolamentazione non funziona più, allora interviene un soggetto esterno a regolare il mercato: la criminalità organizzata”.

E’ difficile andare contro coloro che accettano le regole del gioco

Davigo riporta l’affermazione di un corrotto: “Lei non può capire, perché fa parte di un mondo dove essere onesto o disonesto dipende soltanto da lei. Io dopo qualche giorno che ero arrivato lì ho capito, non solo che rubavano tutti, ma anche che non sarebbe stato tollerato un comportamento differente: sarebbe stato un pericolo per gli altri. Quando il mio superiore mi ha messo in mano i soldi la prima volta, ho temuto che se non li avessi presi mi avrebbero cacciato. E non ho avuto il coraggio che ci voleva per essere onesto. Lei non lo può capire perché a lei questo coraggio non è richiesto

Chi collabora (con la giustizia) si rende inidoneo a commettere questi reati. Darebbe mai denaro a uno che quando lo arrestano fa l’elenco di quelli che gli han dato soldi? Quelli che non collaborano o che lo fanno parzialmente, tenendosi aree di ricatto, lo fanno per assicurarsi un futuro come intermediari. Questo è il tema centrale, che non si vuole vedere. E torniamo al punto: la corruzione dà vita a un mercato illegale in cui tutti gli attori accettano le regole del gioco. È chiaro che puoi far uscire qualcuno da questo gioco solo se lo rendi inidoneo. Ricordo che una volta, durante Mani pulite, avevo dei giornali sotto il braccio. Quel giorno i quotidiani davano conto dell’arresto di un politico – ora davvero non ricordo chi fosse – che mi accingevo a interrogare. Lui mi chiese: posso leggerli? C’era, oltre alla cronaca dell’arresto, qualcuno del suo partito che diceva la solita frase: è un’isolata mela marcia. Mi restituì il giornale e mi disse: adesso le descrivo il resto del cestino”.

Clemenza per i corrotti?

Qualcuno dice: chi finisce in carcere per reati non violenti, come quelli contro la pubblica amministrazione, non è abituato al carcere, dunque la detenzione gli fa più male. Però o la legge vale per tutti o no. La legge vale per tutti vuol dire che mi spiace molto per te se non sei abituato, ma l’assunto è universale”.

Il senso della giustizia

Bisogna credere alla giustizia, mai metterla in dubbio. Se lo si fa cosa resta? Sant’Agostino commenta così questa evenienza: “Bandita la giustizia, che cosa sono i grandi imperi se non bande di briganti che hanno avuto successo? E che cosa sono le bande di briganti se non imperi in embrione?”

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