Lavoro: si può dare di meno

DownshiftingUno spettro si aggira nelle imprese: il downshifting. Non sappiamo se sia figlio dell’ideologia della decrescita felice. Ci interessa poco. Ma il “downshifting” sembra che cominci a prendere piede anche tra i manager delle nostre aziende. Che cosa significa è presto detto.

Vuol dire scegliere una nuova filosofia di vita, abbandonare la carriera, gratificante dal punto di vista economico ma anche tremendamente stressante, e accontentarsi di una esistenza con meno disponibilità di denaro ma più a misura d’uomo (e di donna), magari con più tempo da dedicare alla famiglia, agli amici, al divertimento, agli hobbies, ecc.

Significa dire basta a ore passate al telefono, o sul computer, oppure in riunioni senza fine (e spesso senza costrutto), muovendosi nella morsa del traffico cittadino, con l’occhio all’orologio per rispettare gli appuntamenti, con l’ansia di non arrivare o arrivare in ritardo, mangiando panini in piedi oppure cenando in ristoranti per pranzi di lavoro interminabili, tra persone che non avremmo mai scelto come amici, inghiottendo ipocrisie e cattiverie, ecc.

Downshifting vuol dire “ridurre l’andatura, cambiare marcia, prendersela un po’ più comoda” non perché si è pigri ma perché ci si rende conto che la vita non è – né può essere – solo nel lavoro. Negli Usa, in Inghilterra e in Australia il fenomeno si sta sviluppando a vista d’occhio. Nel nostro Paese, si comincia a vedere qualche segnale.

Naturalmente, questa nuova filosofia di vita non è così banale come l’abbiamo descritta. Se volete un supporto culturale più solido, possiamo suggerirvi il libro di John Drake Downshifting – Come lavorare meno e godersi la vita. Vi basti sapere, en passant, che questa teoria è anche uno dei punti più qualificanti del pensiero di Gianroberto Casaleggio, il quale nel suo libro “Veni, vidi, web”, scrive: “Downshifting significa ‘adottare uno stile di vita rilassato, più naturale’. Per il downshifter il tempo è più importante del denaro, mentre sono disvalori l’accumulo di ricchezza e il consumo fine a sé stesso. Il valore assoluto è il tempo e, allora, perché investirlo in consumi non necessari? Perché lavorare un mese intero per comprare un capo firmato, o una settimana per acquistare uno smartphone? Altri movimenti hanno teorizzato un approccio simile, come gli hippy o i dropout negli anni ‘60 e ‘70, ma la loro posizione era anti sistema, quindi più facilmente contenibile. I downshifter sono dentro il sistema e, per questo, molto più pericolosi. L’antesignano del movimento è Duane Elgin, un americano che, all’inizio degli anni ’80, introdusse il concetto di “semplicità volontaria” (voluntary simplicity). Elgin perseguiva un equilibrio tra lavoro, consumo, felicità personale e risorse del pianeta. Un concetto auspicato in seguito da molti, ma scarsamente applicato perché richiede uno spostamento, a livello di massa, dei valori culturali su cui si basa la società consumistica in cui viviamo. La recessione economica, la globalizzazione, l’evidente degrado del pianeta e Internet hanno, negli ultimi anni, favorito l’affermarsi del downshifting. I downshifter stanno crescendo…”

Noi siamo meno ottimisti. Anche perché i manager che dovessero seguire questa filosofia di vita, sarebbero alla fine quelli più sensibili, aperti e, con la loro scelta, finirebbero per lasciare il posto a coloro che vedono nel proprio lavoro soprattutto una affermazione personale, un modo per esprimere il loro potere sugli altri. Cosa che non migliorerebbe la qualità della gestione aziendale. Anzi.

Se ci può fare piacere, anche uno scrittore come Jerome Klapka Jerome, grande umorista (ricordate il libro di maggior successo “Tre uomini in barca, per non parlar del cane”), in tempi non sospetti aveva fatto qualche riflessione – seria! – su questo tema. Ecco le sue parole: “Così lavoriamo, spinti dalla frusta del bisogno, un esercito di schiavi. Se non lavoriamo la frusta si abbatte su di noi: solo che il dolore non lo sentiamo sulla schiena, ma nello stomaco. E nonostante tutto ci proclamiamo uomini liberi. Solo pochi coraggiosi tra noi si impegnano ad essere davvero liberi: sono i vagabondi e gli emarginati. Noi schiavi beneducati ne prendiamo le distanze, poiché il prezzo di quella libertà è la fame e il degrado. Solo mettendoci un collare al collo crediamo di poter vivere dignitosamente. A volte ci chiediamo: perché questo lavoro senza fine? Perché questa corsa a tirar su case, a preparar cibo, a confezionare vestiti? La formica è davvero più invidiabile della cicala perché passa il tempo a raccogliere e ad accumulare, senza avere tempo per cantare? Perché abbiamo questo istinto complicato che ci spinge a mille fatiche per soddisfare mille desideri? Abbiamo trasformato il mondo in un laboratorio per costruire i nostri giocattoli: per procurarci il superfluo abbiamo rinunciato alla nostra serenità.

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