Il leader può ingannare a fin di bene? 2. Effetto Placebo

Effetto PlaceboRiprendiamo l’articolo già pubblicato su questo tema e l’affermazione del prof. Jeffrey Pfeffer il quale sostiene che il leader, in certi casi, può nascondere la verità o ingannare i propri collaboratori a fin di bene. A sostegno della sua tesi, egli illustra l’effetto placebo in medicina.

Il placebo è una sostanza (in genere, semplice zucchero) che non contiene alcun principio attivo medicinale ma provoca egualmente una risposta del cervello perché il paziente è stato informato che può aspettarsi un beneficio terapeutico dalla sua assunzione. Ciò provoca nel paziente un rilascio di endorfine che, grazie alla loro funzione analgesica, portano al miglioramento delle condizioni del paziente.

Un articolo del New England Journal of Medicine ha osservato, addirittura, che per attivare nel cervello più alti livelli di endorfine e dopamina, spesso è bastata la vista da parte del paziente di una persona in camice bianco e con altri simboli esteriori della attività medica. Di contro, se al paziente si dice che la pillola è un semplice zuccherino sarà impossibile attendersi alcun effetto.

L’effetto placebo calato nel mondo del lavoro significa che se si è in grado di comunicare ai collaboratori una certa informazione, anche se falsa, è probabile che si ottenga la stessa reazione come se fosse vera.

Vale naturalmente anche l’effetto contrario, che si definisce nocebo. Facciamo un esempio classico. Se si diffonde la notizia che una banca è in crisi e sul punto di fallire – anche se la cosa non risponde al vero – i clienti si affolleranno agli sportelli per ottenere il denaro investito. Cosa che farà fallire sul serio la banca, creando così una profezia che si auto avvera.

Le aziende hanno bisogno di appoggio non solo dai collaboratori che vi lavorano ma anche dagli investitori e dai clienti, quindi è necessario che il leader convinca tutti che l’azienda è sana, l’organizzazione è solida e le prospettive sono rosee. Deve in altri termini essere convincente, in modo che gli altri ci credano e continuino a porre fiducia nell’azienda, anche se lui stesso non è del tutto convinto di quello che dice. Anzi, Pfeffer sostiene che continuando a mantenere un atteggiamento positivo e fiducioso, lo stesso leader finirà poi per crederci, in una specie di fenomeno di auto suggestione.

Per confermare questa sua affermazione, cita Andy Grove, co-fondatore ed ex CEO di Intel, il quale arriva però ad ammettere che certe volte lo stesso leader non ha le idee chiare circa il futuro del mercato nel quale opera. Testuali parole: “Nessuno di noi ha una vera comprensione di quello che ci attende in futuro.” Il che è piuttosto preoccupante, anche se purtroppo del tutto vero.

Che deve fare il leader, allora?  Mentire, ingannare? Se lo fa non a proprio vantaggio personale ma per il bene dell’impresa, dei suoi collaboratori, dei suoi azionisti, dei suoi clienti, il suo è un comportamento giusto. Insomma, Pfeffer,  sostiene che una delle capacità principali del leader deve essere quella di saper mentire in modo convincente, quando è il caso. E se non lo sa fare, dovrebbe impararlo!

La cosa non ci convince del tutto. Sappiamo che chi ha il potere, quando comincia a mentire poi non smette più. Lo fa dapprima giustificandolo come atteggiamento necessario per salvare l’azienda, poi però facilmente può diventare prevaricatore, comincia a eccedere in arroganza e sicurezza, anche perché cresce sempre di più il divario tra leader e “gregari” e i primi si fanno sempre più convinti che tutte le norme sono fatte per “i comuni mortali” mentre i leader hanno la facoltà, se vogliono, di trasgredirle. Compresa la regola che sia giusto dire sempre la verità.

Saranno le esperienze, anche recenti, di imprese italiane a farmi assumere una posizione così scettica? Mah…

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