La palla al piede degli smartphone

Palla al piedeFino a poco tempo fa avere uno smartphone aziendale oltre a un benefit era considerato una soluzione ideale per essere sempre connessi, una specie di ufficio mobile, che si pensava avrebbe consentito di mantenere una certa libertà, con l’illusione di potersi dedicare di più a se stessi, alla famiglia, ai propri hobbies. Oggi, le cose sono cambiate. Lo smartphone aziendale è diventato sempre più invasivo. Il suo uso addirittura ossessionante. Si può persino essere chiamati a tarda notte e bisogna sempre essere disponibili.

Se ne sono già accorte molte grandi imprese che sono corse ai ripari. Parliamo, ad esempio, di Volkswagen. BMW e Atos che hanno trovato un accordo con i lavoratori per “scollegare” i dipendenti dopo una certa ora perché si sono resi conto che, alla fine, restare sempre connessi aveva su di loro un effetto negativo che si rifletteva anche sulla produttività. Ma esistono anche interventi legislativi sul tema in Germania e Francia. Secondo Jennifer J. Deal, studiosa di leadership, però, i motivi del ricorso sempre più accentuato agli smarthphone sono anche altri. Le sue valutazioni nascono da una ricerca sul campo, effettuata dal Center of Creative Leadership – a cui collabora –   che ha coinvolto quasi 500 tra manager, dirigenti, professionisti di 36 Paesi.

Scarsa organizzazione del lavoro. Questa situazione spesso è causata da ristrutturazioni aziendali dovute alla crisi, con taglio dei costi e drastiche riduzioni del personale. Si tratta di situazioni di emergenza prese basandosi su principi come quello di “fare di più con meno risorse”. Anche se l’idea è quella di trovare soluzioni più efficienti, in realtà ciò raramente avviene. In questi casi, infatti, molti collaboratori si trovano a doversi sobbarcare anche attività prima destinate ad altri, con aumento del carico di lavoro complessivo, delle responsabilità connesse, in una condizione poco razionale, dispersiva e carica di stress.

Qualche considerazione generale. La media di ore di lavoro in certi casi risulterebbe salita a 13 e mezzo per cinque giorni con almeno altre 5 ore nei week end. Il fastidio non sembrerebbe tanto dovuto al fatto di essere sempre reperibili e disponibili, quanto all’insofferenza per il tempo che si perde, spesso in conversazioni scarsamente utili e produttive. Si dimentica che il tempo è anelastico e se lo si dedica ad una attività lo si sottrae a un’altra.

Farraginosità dei processi decisionali. Con l’introduzione degli smartphone i processi decisionali tendono ad allungarsi. Prima di prendere una decisione si preferisce avere l’approvazione di altre persone oppure si attende il parere competente dei superiori. Questa esigenza aumenta nel clima di crisi in cui ci si trova attualmente, perché qualsiasi iniziativa non concordata, soprattutto se riguarda i costi, può essere oggetto di critica e costituire un precedente negativo che si riflette sulle possibilità di carriera. Se, invece, su una decisione convergono più persone, la responsabilità, così spalmata, tutela tutti i partecipanti. Atteggiamenti difensivi più che comprensibili di questi tempi.

La ricercatrice, tra le altre considerazioni, suggerisce alle aziende di introdurre un altro aspetto nella valutazione del bilancio finanziario di un’impresa. Non solo tenere conto, doverosamente, dei costi di cassa ma anche mostrare sensibilità verso il problema dello spreco di tempo da parte dei collaboratori. Insomma, occorre cambiare mentalità da parte dei leader aziendali, valutando anche il tempo come una vera e propria risorsa preziosa e limitata che in questa prospettiva rischia di scarseggiare e il cui utilizzo poco razionale finisce per incidere fortemente sulla produttività aziendale.

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2 thoughts on “La palla al piede degli smartphone

  1. tutto condivisibile, ma manca un aspetto non trascurabile: i diritti dei lavoratori, che oggi pare siano passati di moda. In ogni caso, l’azienda compra il tuo tempo per un monte-ore di X. Punto. Va bene, si può essere flessibili ma limitatamente alle emergenze, cioè dev’essere l’eccezione e non la regola. Diversamente, piano piano si torna alla schiavitù. La carenza di lavoro usata come ricatto è meschina e inaccettabile. N.B.: a qualcuno potrà sembrare strano, ma non sono dipendente: sono imprenditore

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