La competizione: diamo una regolata al nostro ego

CompetitivitàLo spirito di competitività è aumentato nella nostra epoca. La gara, la competizione sono diventate veri e propri stili di vita. Quello che conta è primeggiare. In qualsiasi campo, poter dire di essere il primo, di essere “il meglio”. Un fenomeno – evidente anche grazie ai numerosi e immancabili “Talent show” e spettacoli similari della tv, ai concorsi vari, ai giochi d’azzardo, ecc. – che ha ricadute di tipo etico e politico non sempre palesi ma quasi sempre deleterie.

La nostra è la società dell’”io ipertrofico”, cresciuto a dismisura in una economia capitalistica che vive e prospera sulla concorrenza,  che si estrinseca nel consumismo sfrenato, nella spinta alla crescita continua, nell’ossessiva necessità di produrre e di consumare sempre di più, anche contro ogni logica di sopravvivenza dell’ecosistema. Per che cosa? Per inseguire il sogno della superiorità nostra e della nostra civiltà, per tacitare il moloch che abbiamo dentro di noi, un ego spropositato che morde e si fa beffe di noi.

Insomma, non possiamo fare a meno di gareggiare, di sgomitare, di cercare di passare davanti agli altri (in tutti i sensi), come se fosse una modalità per relazionarsi con i nostri simili, obbligati, quasi, da una legge primordiale che nessuno può più controllare. Hobbes aveva ragione? Quando poi qualcuno fa finta di non cadere nella trappola della competitività ad ogni costo si inventa il concetto della “sfida con se stesso”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase? “A me piacciono le sfide!” che nasconde il tentativo di superarsi, di andare oltre il limite consentito (spesso causa di tragedie annunciate).

Se la vita è una gara che bisogna vincere, quelli che perdono, che sono la maggioranza (ricordate la canzone di Morandi “Uno su mille ce la fa”) come si devono sentire? C’è tutto un settore di persone che non ce la fanno, che sono mediocri – se non dei minus quam – degli inadatti, degli incapaci, degli esclusi. Che possono fare per evitare questo stigma? Covano rabbie, rancori, vendette, aggressività (quanta ce n’è in giro) e il più delle volte, sconfitti, se la prendono con se stessi e cadono in depressione o peggio.

Esagerato? Forse sì. Perché l’invidia, il desiderio di primeggiare ha anche i suoi lati positivi. Esiste, insomma, una contesa utile, che spinge a dare di più e anche a ottenere risultati che altrimenti non avremmo potuto raggiungere. Ma ci sono sempre dei limiti di cui è necessario che ognuno tenga in debito conto. Il più importante di quali è legato alla nostra stessa vita che purtroppo è destinata a finire.

E allora, tornando ai nostri problemi aziendali, con questo spirito diffuso ovunque che speranza c’è che nelle aziende si possa lavorare in armonia, in team coesi o, come si dice, “fare squadra”, collaborando generosamente al solo fine di migliorare il nostro contributo in vista di un obiettivo, non personalistico, ma comune e condiviso? E’ solo una pia illusione?

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