Sono un leader: mi sento privilegiato

privilegiatoQuesta è un’affermazione che qualsiasi persona che occupa posizioni di rilievo nell’ambito aziendale può legittimamente esprimere. Però, ci sono due modi ben distinti di definirsi, o meglio, di sentirsi privilegiati e che individuano due tipi di leader completamente diversi l’uno dall’altro.

Vediamo di capire questa differenza che non è soltanto una sottigliezza semantica.

C’è il leader che si sente privilegiato perché gli è stato affidato un compito importante e di responsabilità e sa che lo deve svolgere nel modo migliore impegnando tutta la sua professionalità; e quello, invece, che si sente privilegiato per il solo fatto di occupare una certa posizione in azienda, per il piacere che gli dà esercitare il potere e godere delle numerose prerogative a cui altri sono esclusi, ecc.

Partiamo da questi ultimi che, naturalmente, si fa fatica a definire leader veri. Chi sente il privilegio come superiorità, come possibilità di avere potere decisionale, di accedere a benefici ai quali le altre persone non possono aspirare, che si vantano continuamente del loro status, ha già perso il contatto con la gente che guida.

Ha, anche senza volerlo, costruito un muro tra sé e gli altri che dovrebbero collaborare con lui. E’ il muro dell’egoismo. Capi del genere formano la loro squadra inserendo elementi che sanno a priori di poter controllare, sui quali possono far valere la propria posizione, costringendoli a mantenere ruoli ben separati e subordinati.

Chi intende in questo modo il privilegio, crede che le regole valgano per gli altri ma non per lui che può decidere di infrangerle, se vuole. Gente del genere si attende sempre dagli altri molto di più di quanto si aspetti da se stesso, verso cui mostra, naturalmente, la massima tolleranza.

Personaggi del genere, che credono di avere il diritto di godere dei propri privilegi e di mostrarlo continuamente agli altri, creano in questi ultimi un sentimento strisciante e pericoloso di demoralizzazione. E’ vero, qualche volta sembrano mostrare attenzione a coloro che li circondano ma è solo una tattica temporanea o un modo subdolo per apparire meno arroganti. In genere, non perdono occasione per confermare la loro ”indubbia” superiorità, ridimensionando le aspirazioni di chi sta loro vicino.

Tutto diverso è il comportamento del leader che sente il privilegio del suo ruolo ma anche la responsabilità che esso implica soprattutto nei confronti dei propri collaboratori. Quando si raggiungono gli obiettivi aziendali importanti è il primo a condividere l’entusiasmo per il successo conseguito, dando il giusto riconoscimento a ognuno di loro, senza enfatizzare il proprio contributo.

E quando le cose non vanno per il verso giusto, il leader vero si assume la propria responsabilità, cercando di comprendere i motivi dell’insuccesso non per punire chi ha sbagliato ma per dare l’opportunità di migliorare professionalmente. Un leader di questo tipo infatti ha anche il ruolo di coach e mentore. Investe sulle persone che guida, partecipa ai loro successi ed è in grado di contribuire a creare nuovi veri leader, ai quali lasciare il testimone.

L’articolo è stato liberamente tratto da quello realizzato da Steve Keating al quale vi rimandiamo.

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