Tra speranza e utopia, quale via d’uscita?

utopiaSono sempre un po’ scettico quando qualcuno parla di speranza. Della speranza come fiducia assoluta nella Provvidenza, più o meno divina, come atteggiamento passivo nell’attesa messianica di un futuro positivo o solo di qualche combinazione fortunata. Speranza che, in questo modo, diventa anticamera dell’illusione, fede non sostenuta da fatti concreti ma solo da ipotesi, in genere scarsamente verificabili, sogno ad occhi aperti, chimera che provoca delusioni continue.

In sostanza, credo che la speranza sia negativa se non ha obiettivi che abbiano un minimo di concretezza, di possibilità di realizzazione. Se manca da parte di chi la sostiene la voglia di costruire qualcosa di più bello e di più giusto. Insomma, la speranza senza impegno concreto, continuo, è solo una “falsa” speranza. Un’attesa priva di contenuti e piena di aspettative senza senso.

Ma dove si trova, allora, la speranza vera? Se c’è, non può che trovarsi all’interno della nostra storia e – come tale – deve essere in buona misura comprensibile a ogni uomo, a patto che sappia e voglia comprenderla. I progetti che la innervano devono scaturire dall’esistente in modo da favorirne lo svolgimento, mettendo a frutto le sue stesse risorse interne senza cedere alla tentazione d’imprigionarlo o dominarlo. La speranza per avere un senso dovrebbe mettere l’abito dell’utopia a metà tra un passato che non deve incombere e un futuro che non deve fare paura. Ma anche in questo caso occorre porre attenzione.

Le utopie che vantano modelli “standard” di un nuovo paradiso di qualsiasi genere siano – storicamente fallimentari – sono dettate dalla sfiducia che si ha nei confronti dell’uomo. E spesso più che benefici hanno provocato danni nel momento in cui le regole e le strutture hanno finito per prevalere sulla libertà d’azione dell’uomo.

Per altro, non c’è alcuna possibilità di speranza o di utopia se non si concede all’uomo quella di uscire o almeno di provare ad uscire dai tunnel della storia. Siamo in un vicolo cieco, quindi? Siamo naturalmente portati alla disperazione?

No. La disperazione nasce non tanto se manca la speranza tout court o se non ci sorreggono utopie (leggi: ideali) adeguate, quanto se non troviamo più giustificazione valida in ciò che facciamo, se non crediamo nella modificabilità del futuro nostro e della società in cui viviamo, negli obiettivi da raggiungere, personali e collettivi che siano, se non lottiamo per raggiungerli. O, almeno, ci proviamo.

utopia-for-realistsSempre però con l’onestà di averci messo tutta la nostra passione e il nostro entusiasmo. Altrimenti non vale…

Se qualcuno volesse approfondire i temi che riguardano un nuovo modo di intendere l’utopia, suggeriamo il libro “Utopia for Realists” di Rutger Bregman. L’autore, superando vecchi steccati destra-sinistra, riflette su un’utopia per certi aspetti spiazzante che prevede, tra l’altro, reddito di cittadinanza per i più poveri, settimana lavorativa di 15 ore, apertura delle frontiere. Da leggere e discutere.

barzelletta-inferno

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