Corruzione: ne usciremo mai?

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Serena Uccello

Consigliamo la lettura del libro “Corruzione” scritto da Serena Uccello a seguito della sua intervista a Piergiorgio Baita, un imprenditore coinvolto nello scandalo relativo alla costruzione del Mose, il faraonico progetto per proteggere Venezia dall’acqua alta, che sarebbe costato oltre cinque miliardi di euro.

Una grande opera che pur prevedendo una operazione gigantesca in termini di impegni finanziari, tecnologici e logistici, durata oltre 30 anni, viene definita ancora oggi sperimentale e provvisoria né si sa se possa essere considerata realmente affidabile oppure no. Lo consigliamo perché fa capire molte cose sui meccanismi corruttivi.

In questa sede, a noi interessano soprattutto gli aspetti sociali del fenomeno. La corruzione nel nostro Paese non suscita la necessaria indignazione, che, ad esempio, ha colto l’Autrice al termine della sua fatica. La corruzione non fa scattare automaticamente una sanzione sociale, non è uno stigma. Anche dai termini che usiamo emerge questo nostro atteggiamento esageratamente indulgente nei confronti di chi corrompe o si fa corrompere: furbetti, cricca, ecc.

La corruzione in sé è sottostimata, si teme più la criminalità, anche se i delitti in questo ambito diminuiscono proprio perché la stessa criminalità, soprattutto quella organizzata, ha capito che possono essere ottenuti analoghi, o addirittura, maggiori vantaggi, senza violenza fisica ma in modo più “soft”, attraverso la corruzione.

corruzione-baitaQuesto atteggiamento è sottostimato anche perché la gente, in genere, non considera grave il reato di corruzione per una sorta di stortura mentale di tipo culturale radicata nel tempo. Una persona, posta di fronte a integrità o disonestà sceglierà la seconda strada se la ricompensa è superiore a quella che avrebbe comportandosi bene. E la scelta sembra refrattaria a coinvolgimenti di tipo morale o etico. In molti casi, poi, ci si trova di fronte a sistemi che, pur essendo irregolari e disonesti, sono tollerati dalla prassi o dalle consuetudini. E allora ci si adegua, senza pensare di stare commettendo reati.

Prassi e consuetudini sono meccanismi che nelle aziende vengono favoriti o volutamente ignorati da una classe imprenditoriale mediocre e da manager che se ne avvalgono perché così facendo possono evitare il confronto con il mercato e favorire il proprio business a scapito della qualità delle prestazioni offerte, restando dentro un sistema protetto dove chi vince non è il migliore ma il più furbo.

Corruzione, senza volere eccessivamente generalizzare, è rappresentata anche dai manager o dai collaboratori incapaci, inseriti in azienda non per meriti ma per conoscenze, scambi politici o appoggi vari. Tutti comportamenti che provocano danni all’economia di un Paese. E, come gli altri, difficilmente calcolabili.

E poi c’è l’altro aspetto endemico della mentalità italiana. La considerazione dello Stato non come qualcosa di cui facciamo parte tutti e che è nostro interesse difendere, bensì come un’entità che tende a prevaricarci e che, quindi, va raggirata appena se ne presenta l’occasione. Che ci arriva da un retaggio storico ma anche da una diffidenza crescente nei confronti del potere costituito, spesso non del tutto ingiustificata.

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