L’Information Technology da sola non cambierà il mondo

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Kentaro Toyama

Questa è l’affermazione di Kentaro Toyama, professore di informatica presso l’Università del Michigan. Chi lo dice è stata una persona che ha avuto una educazione prettamente tecnologica e, fino a pochi anni fa, la pensava in modo diverso e credeva che questa rivoluzione avrebbe migliorato il mondo.

Laureato in fisica ad Harvard, con un dottorato di ricerca informatica ad Yale, collaboratore della Microsoft e uno dei fondatori della sezione Ricerche in geek-heresyIndia, oggi si è ravveduto. Ha cambiato idea e ha scritto un libro, intitolato “Geek Heresy”, con il quale sostiene che la tecnologia non è la risposta ai problemi del mondo e suggerisce di superare questa visione della società, tornando a fare affidamento sulle capacità umane.

Recentemente, nella sua veste di ricercatore presso il MIT, Centro per l’Etica Dalai Lama, ha così sintetizzato la sua posizione: “Nel corso degli ultimi quattro decenni, si è avuto negli Stati Uniti un boom dell’innovazione digitale. Eppure, nello stesso arco di tempo, il tasso di povertà è rimasto fermo, la mobilità sociale stazionaria, mentre la disuguaglianza è salita a livelli che non si vedevano da secoli. Come è possibile – si chiede ancora Toyama – che le tecnologie non siano riuscite a migliorare in modo sensibile certi problemi sociali?”

Secondo quello che già Bill Gates aveva segnalato nel suo libro intitolato “The Road Ahead”, l’information technology applicata a una struttura (azienda, istituzione, ecc.) già efficiente contribuirà a renderla ancora più efficiente. Al contrario, applicata a una struttura inefficiente tenderà ad aumentarne l’inefficienza.

In altri termini, sempre secondo Toyama, sbagliamo quando pensiamo che l’introduzione della tecnologia favorirà una comunicazione globale in grado di creare maggiore comprensione tra le persone o che Internet permetterà a una società autoritaria di diventare più democratica. L’esempio della Corea del Nord lo sta a dimostrare. D’altra parte, Internet può anche essere usato come forma di proselitismo per idee antidemocratiche. Basta vedere l’uso che ne fa l’ ISIS. Quindi, alla fine, ciò che conta è la capacità, la saggezza dell’uomo di compiere attraverso la tecnologia (che è solo uno strumento) scelte giuste, etiche, democratiche.

Lo stesso principio vale quando si deve applicare la tecnologia alle risorse umane. Se abbiamo una squadra che lavora in armonia e con spirito di collaborazione, la tecnologia migliorerà le loro prestazioni. Se, al contrario, nel gruppo esistono rivalità, contrasti, eccessiva competitività o vi sono persone che non cooperano correttamente, la tecnologia non risolverà i problemi.

Analoga situazione se occorre intervenire su una riduzione dei costi aziendali. La tecnologia appare a prima vista la soluzione più immediata ed efficace. Ma se per l’azienda questa non è una priorità, se non viene condivisa come obiettivo ad ogni livello, è assai probabile che, addirittura, si richiedano budget più alti per la sua introduzione (si veda, ad esempio, quanto accaduto in certe strutture burocratiche statali).

Altro aspetto da sfatare, secondo Toyama, è che l’aumento dei dati a disposizione possa semplificare il processo decisionale nelle aziende. E’ spesso vero il contrario. Avendo più dati a disposizione è più difficile compiere scelte oculate e, addirittura, diventa più facile giustificare qualsiasi eventuale errore. Ecco perché è necessario possedere prima di tutto un maggior spirito critico, una dose di sano scetticismo, una maggiore capacità di giudizio soggettivo sul significato dei numeri e delle informazioni che gestiamo. Una delle professioni che più si svilupperà nei prossimi anni sarà quella dell’analista di dati, vista la crescita esponenziale dei corsi su questo tema.

Si può fare a meno della tecnologia? La risposta è no, ma Kentaro Toyama è convinto che bisogna evitare di avere un atteggiamento troppo fideistico nei suoi confronti, ritenendola la panacea di tutti i mali. A questo proposito, riferisce di un esperimento che ha realizzato con i suoi allievi, tutti studenti nativi digitali, i quali non avevano la minima idea di cosa significasse vivere senza lnternet. Ha proposto loro di restare per 24 ore senza usare il computer o i cellulari e riferire poi le loro sensazioni. Alcuni non hanno nemmeno accettato l’esperimento, altri si sono annoiati non sapendo cosa fare. Ma molti di loro hanno apprezzato la novità, si sono dedicati ad altri interessi, come leggere libri, incontrare amici, parlare con la gente. E hanno ammesso che la loro dipendenza dalle tecnologie li ha resi meno abili nel confronto con gli altri, e più portati ad evitare conflitti e discussioni.

Secondo lo studioso di origine giapponese, anche nelle aziende bisognerebbe sospendere ogni tanto l’uso delle tecnologie (Internet, email, ecc.), per “disintossicare” i collaboratori, cercando di dare più spazio possibile ai rapporti umani, all’interazione faccia a faccia. In conclusione, occorrerebbe cercare di usare la tecnologia con maggiore cautela, senza eliminarla perché ciò non è più possibile, ma nemmeno facendola diventare invasiva rispetto a ogni attività aziendale; recuperando piuttosto il valore aggiunto e irrinunciabile che la capacità, la sensibilità, l’intelligenza umana e le relazioni dirette tra le persone contribuiscono a fornire allo sviluppo di qualsiasi impresa.

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