La qualità della vita degrada, il lavoro perde senso ma – allegri! – cresce il marketing

degradoOgni tanto non fa male riportare alla luce qualche classico della sociologia, Harry Braverman ad esempio, riprendendo dei concetti che sono ancora oggi validi come quello che lui chiamava “espropriazione dei contenuti intelligenti nel lavoro”. Lui lo riferiva principalmente al taylorismo ma penso che in molti casi valga anche per i lavori di oggi, precari e squalificati. Senza dimenticare che sul lavoro si sta abbattendo un intervento sempre più banalizzante e semplificante dell’Information Technology.

Accanto alla degradazione del lavoro, Braverman abbina un notevole abbassamento della qualità della vita in generale. Sono passati oltre 40 anni dalla sua affermazione (il suo libro “Lavoro e Capitale Monopolistico” è del 1974) ma crediamo che possa bene essere adattata anche alla situazione odierna.

lavoro-e-capitale-monopolisticoEgli sottolineava che l’odio generalizzato per il lavoro era un fenomeno relativamente recente. Vi si accompagnava naturalmente la ricerca di aumento del tempo libero. Quest’ultimo è effettivamente aumentato, ma non riesce a eliminare l’insoddisfazione di fondo, perché il lavoro, quando c’è, resta la cosa che impegna di più e pertanto la mancanza di soddisfazione nel lavoro resta l’elemento fondamentale per ogni persona.

Inoltre che fare nel tempo libero?

La nostra società – dice sempre Braverman – offre svaghi degradati per l’effetto “minimo comune denominatore” (per massimizzare le vendite o l’audience, si mira a offrire svaghi che piacciano anche ai meno esigenti, abbassando il livello qualitativo). La cosa è aggravata dal fatto che la mancanza di stimoli intellettuali nel lavoro chiaramente disabitua a cercare stimoli intellettuali anche altrove (il lavoro resta la cosa che condiziona di più la vita intellettuale nella massima parte dei casi).

L’insoddisfazione di fondo, unita alla diminuita capacità di divertirsi con attività che richiedano lavoro mentale, crea un terreno favorevole all’allargamento del consumo di tipo passivo. Ciò va incontro alla necessità che ha il nostro sistema economico – per non incontrare problemi di domanda aggregata – di un’espansione continua dei consumi, che non sarebbe sufficiente senza la continua creazione di nuovi consumi superflui, e dell’ obsolescenza pianificata: bisogna far sentire alla gente che è indispensabile avere l’ultimo modello di telefonini, di vestiti, o automobili, ecc., di modo che i vecchi modelli vengano eliminati ancora quasi nuovi.

Da ciò il ruolo centrale della pubblicità, che invade ogni angolo della vita, e aiuta tra l’altro a ridurre la disoccupazione, creando una notevole espansione del marketing. Un bel circolo virtuoso… o vizioso? Che ne dite?

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