Marina Salamon: le idee che ci piacciono

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Marina Salamon

Ci sono parecchie cose che condividiamo e che rendono Marina Salamon un personaggio che sentiamo molto vicino. Le riprendiamo da un suo recente scritto su “Il Sole 24 Ore” del 16 febbraio, nella sezione “Imprendiamo”.

Cominciamo dal fatto che lei non ama definire chi lavora nelle sue aziende dipendente, ma collaboratore. Può sembrare una cosa minima ma è invece sostanziale. L’idea che una persona dipenda da un’altra perché questa le fornisce un lavoro credo sia nettamente superata. Anche se sopravvive in alcuni manager e, purtroppo, anche in alcuni collaboratori.

L’idea è che chi lavora abbia una sua identità e dignità personale che mette a disposizione dell’azienda, contribuendo con il suo lavoro ma anche con la sua intelligenza, creatività e fantasia. E come tale vada rispettato.

Come non condividere poi le idee della Salamon sulla necessità che i manager abbiano coerenza morale? Alcuni difetti che l’imprenditrice individua nella classe dirigente sono poi quelli che spesso abbiamo sottolineato in questo spazio: arroganza, mancanza di sobrietà (show-off), incapacità di ascoltare/comunicare con i propri collaboratori. Sono difetti gravi che testimoniano la fragilità umana e l’insicurezza di chi è destinato a guidare un’azienda e le sue persone senza esserne degno.

Ogni leader, dice ancora Marina Salamon, deve portare con sé una responsabilità educativa, simile a quella di un genitore o di un fratello maggiore (senza, aggiungiamo noi, però essere eccessivamente paternalista). Ma la frase più bella e significativa è questa: un capo d’azienda che non identifica il potere con il servizio non ha capito molto del suo ruolo.

Ci fa piacere che emerga dalle parole di una imprenditrice tanto illuminata anche l’importanza di lavorare in squadra, cercando di definire meglio la differenza tra potere e autorevolezza, riconoscendo alle aziende un valore sociale decisamente più elevato, considerandole piccole o grandi comunità, come avrebbe detto Adriano Olivetti, che non per nulla è uno dei suoi punti di riferimento.

Non su tutto siamo d’accordo, come è naturale che sia.

Il problema del CSR è complesso. Le imprese spesso lo considerano una soluzione tattica e non strategica. Inoltre, il fatto di trasferire il proprio patrimonio nelle fondazioni (con la citazione, a mo’ di esempio positivo, di Gates e altri) ci convince poco. Sappiamo bene come certi capitali, prima di finire nelle fondazioni, siano stati frutto di operazioni di evasione o elusione fiscale di grande portata. Ma questo è un altro discorso.

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