Apprendere non è imparare le risposte giuste ma fare le domande scomode

Lo scienziato austriaco Heinz von Förster

Oggi si parla di formazione permanente, soprattutto riferendosi agli adulti, che devono essere in grado di affrontare i grandi cambiamenti della società, di aggiornare le proprie competenze, di tenere alta la propria motivazione, di mantenere viva la propria creatività.

Ma la formazione, l’istruzione che viene garantita loro dalle aziende o dai centri deputati a questo fine è davvero di qualità? O solo un fatto di quantità? I programmi di formazione permanente forniti ai lavoratori sono in grado realmente di aiutarli ad affrontare i cambiamenti tecnologici, ma anche quelli psicologici e mentali che richiede la nostra società?

L’impressione è che la maggior parte della formazione anche nei soggetti adulti continui a orientarsi verso un processo di puro trasferimento di conoscenze, che sia misurabile e strutturato. Conoscenze, cioè, da dare in pasto, pronte all’uso, quasi “predigerite”, da memorizzare e riprodurre all’occorrenza in modo automatico, quasi come il cane di Pavlov al suono della campanella.

E non stiamo parlando soltanto di conoscenze tecniche e di rigide prassi lavorative.

C’è anche un modo per mettere a posto la coscienza del formatore. Per verificare se l’apprendimento è avvenuto in modo soddisfacente, basta fare entrare in gioco i vari test, modelli che in pratica verificano il fatto che i collaboratori conoscano la risposta corretta alla domanda che è stata loro sottoposta. Ne sono una testimonianza evidente i test multiple choice che vanno per la maggiore anche a livello universitario.

Nessuno nega che questo procedimento abbia una qualche validità. Ma si tratta di un modo di apprendimento assolutamente parziale, che trova una sua applicazione efficace in situazioni e contesti ripetibili, su problematiche circoscritte (in genere, guarda caso proprio in quei lavori che potrebbero benissimo essere affidati a robot) ma, sotto altri aspetti, può rivelarsi piuttosto pericoloso.

Non sempre conoscere le risposte giuste risolve i problemi. Anzi, questo spesso crea atteggiamenti di presunzione o di false certezze perché in molti casi ci si rende conto che non esiste una risposta universalmente corretta a un problema.

L’importante infatti non è possedere la risposta giusta, bensì avere gli strumenti per pensare con la propria testa, collegare le conoscenze, interpretare la realtà, utilizzare le nostre esperienze per arrivare ad una soluzione che soddisfi una determinata condizione.

Quindi, piuttosto che rispondere in modo corretto alle domande delle quali conosciamo in partenza la risposta, è decisamente meglio porre e porsi tutte quelle domande per le quali non si ha ancora una risposta e dove, al contrario, è richiesto uno sforzo per ottenerla. Queste, come diceva il fisico e cibernetico Heinz von Förster, sono le uniche domande legittime. Scomode magari ma utili.

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