Quel che rimane del socialismo (o dei socialismi)…

Filippo Turati, fondatore del Partito Socialista Italiano

Le recenti elezioni e la sconfitta della “Sinistra” richiedono una riflessione che faccia riferimento anche ad alcuni principi ideali e storici del passato come il problema insoluto tra diverse posizioni riformiste, e residue derive massimaliste, che ancora oggi sono alla base di certe contraddizioni della Sinistra. Vorremmo perciò porre qualche domanda su questo tema al prof. Gaetano Pecora, professore ordinario di Storia delle Dottrine Politiche presso l’università del Sannio e presso il Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS Guido Carli. Il suo ultimo libro, uscito lo scorso anno, si intitola “Carlo Rosselli, socialista liberale. Bilancio critico di un grande italiano”, edito da Donzelli, pp.XIV-226, € 19,00.

Prima, però, ci piace riportare una affermazione di Gaetano Salvemini, di cui il prof. Pecora è uno dei più importanti studiosi italiani, che ha il pregio di un grande pragmatismo. Il filosofo di Molfetta affermò: « … Le moltitudini si muovono spinte non dalle idee che per esse non esistono, ma dai bisogni…; e nella caterva degli individui più o meno colti… che si offrono a salvarle, scelgono volta per volta coloro a cui tocca l’altra parte del lavoro, cioè la soluzione tecnica dei problemi».

In sintesi, Lei ritiene che gli ideali socialisti siano ormai anacronistici? In altre parole, nell’ambito della situazione politica attuale, ha ancora senso parlare di socialismo?

La risposta del prof. Gaetano Pecora

Il socialismo (al singolare) non esiste; esistono i socialismi (al plurale): sospettosi gli uni degli altri e – in un caso almeno – nemici irriducibili tra loro. L’inimicizia è tra socialisti riformisti e socialisti rivoluzionari. La sospettosità, invece, nasce tra due tipi di socialisti riformisti che si danno le spalle e che qualche volta si sciupano nel contatto reciproco.

Cominciamo dall’opposizione con i rivoluzionari, che è – dirò così – “esterna” all’universo riformista. Alla distinzione interna al riformismo, verrò dopo.

Dunque l’opposizione esterna. Riformisti e rivoluzionari si urtano schiumando tra loro per varie ragioni. Tutte però riconducibili al differente atteggiamento che essi assumono nei riguardi del pluralismo e del conflitto (che è conflitto delle idee, degli stili di vita, delle credenze). Si dà il caso, infatti, che appunto tale conflitto solleva il petto dei rivoluzionari, di tutti i rivoluzionari, dei rivoluzionari di tutte le gamme e di tutte le sfumature i quali, proprio perché rivoluzionari, sono tiranneggiati dall’ansia di ricondurre ogni cosa ad unità. L’unità, il monismo, la concordia: ecco l’ideale che infiamma l’immaginazione rivoluzionaria e le fa fulminare l’antagonismo come causa di perdizione morale (oltre che fomite di disordine materiale).

Lo stesso dissenso, il medesimo antagonismo, invece, trova nei socialisti riformisti – e qui il pensiero corre di volata a Filippo Turati – lo stesso dissenso, dicevo, trova in Turati il suo apostolo più convinto, fondata come era la sua azione sul riconoscimento a tutti del diritto di dire di no e quindi di opporsi ai potenti di turno (donde il rispetto e la valorizzazione delle procedure democratico-parlamentari che certo andavano migliorate e perfezionate, ma mai abbandonate come una specie di gherminella borghese).

Questa, però è solo una parte della verità. Del resto, pensiamoci un momento: se ci fermassimo qui, le specificità socialiste di Turati svaporerebbero in una nebbia opaca e nulla più varrebbe a distinguerlo dalle posizioni liberali. Quale liberale, finché liberale sia, può negarsi al rispetto degli avversari? Quale liberale, finché resta liberale, può mancare agli obblighi del pluralismo e ai diritti dell’opposizione? E invece, dall’inizio alla fine, la corda socialista di Turati gli ricantò dentro un suono che non si intonava coi motivi del liberalismo. Il fatto è che per Turati la differenza tra riformisti e rivoluzionari andava, sì, segnata a punta di acciaio, ma la linea di demarcazione involgeva il mezzo e non passava per il fine. “Ciò che ci distingue – ebbe a dire nel Congresso di Livorno del 1921 – non è la questione del fine… ma unicamente è l’apprezzamento del valore di alcuni mezzi. Primo fra questi la violenza”. Fermato che il vero (e unico) punctum priuriens stava nel “culto della violenza”, Turati poteva felicemente concludere che quanto al resto socialisti e comunisti erano “entrambi figli del Manifesto”  e che perciò non  si poteva loro disconoscere il “diritto di cittadinanza nel Socialismo, che è il Comunismo”. Ecco: il socialismo riformista che fa centro nel comunismo rivoluzionario e che, esattamente come il comunismo, promuove l’abolizione della proprietà privata.

Con questa differenza: che nel comunismo, l’ordine capitalistico è sfondato a colpi di ariete; nel socialismo, invece, la medesima abolizione è perseguita gradualmente, con mezzi rispettosi delle libertà democratiche. Come se poi i diritti della democrazia non avessero la proprietà privata per loro condizione necessaria (ancorché non sufficiente). E quasi che per spezzare il circolo della dittatura non fosse mestieri rivedere il fine stesso del socialismo, tirandovi dentro quel tanto di proprietà che assicura la indipendenza materiale di ognuno. E allora: riformista Turati? Sicuro. Con l’avvertenza però – come dicevo fin dall’inizio – che “riformismo” è parola ancipite e che sotto la sua copertura si riuniscono in unità due movimenti differenti: l’uno è il riformismo che urta i rivoluzionari quanto alla scelta dei mezzi; l’altro li contraddice, ad un tempo, per l’indicazione dei mezzi e per il disegno del fine (che non freme più di pulsioni anti-proprietarie). Il primo è il riformismo dei mezzi; il secondo è il riformismo dei fini; lì il rinnovamento sociale è totale ancorché graduale; qui è non solo graduale ma anche parziale. Parziale perché questo secondo riformismo solca l’universo liberal-capitalistico, lo attraversa da parte a parte e lo aggiusta di sopra e di sotto. Ma giunto che sia agli estremi limiti (due), quasi direi ai due punti trigonometrici che orientano il rimanente del quadro – il sistema delle libertà e il mercato di concorrenza – lì esso si arresta, senza correre l’avventura per terre incognite che o avviliscono il benessere o inceppano la democrazia (o, come è più probabile, travolgono tutte e due le cose).

Vede come è complicata la vicenda del socialismo? La prego, non me la renda più complicata ancora chiedendomi di Salvemini perché allora dovrei mettermi di buzzo buono a scrivere un vero e proprio saggio che da un lato riuscirebbe noioso per il lettore (il lettore frettoloso, almeno) e che dall’altro mi costringerebbe a ripetere quanto già scritto altrove, quando mi è capitato di notare la contraddittoria compresenza in Salvemini di tutti e due i riformismi. Rivoluzionario no, Salvemini non lo fu mai. Ma riformista sì, sempre. E pure doppio.  

Quale dei due, conservi  ancora un respiro di vita, è cosa che neppure ha bisogno di essere detta. Col che credo di aver risposto anche alla sua domanda circa il tipo di socialismo che ancora ci parla dentro e ci fa fraterni col dolore di chi sta peggio di noi.

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