Il leader introverso: una grande risorsa

Molti studiosi hanno smentito l’idea che per diventare leader di successo occorra essere per forza estroversi. Si veda, ad esempio, la nuova edizione del libro di Jennifer B. Kahnweiler, “The Introverted Leader”. L’autrice, a un certo punto, afferma: “Con i grandi problemi che le organizzazioni devono affrontare ogni giorno, sarebbe un errore non riconoscere né utilizzare le risorse di metà della popolazione, che manifesta caratteristiche di introversione, valorizzando adeguatamente le enormi potenzialità di cui queste persone possono disporre”.

In molte aziende, per fortuna, comincia a incrinarsi questo pregiudizio nei confronti degli introversi che arrivano ad occupare posizioni di responsabilità; e anche la ricerca accademica, seppure non ancora in modo organico, cerca di affrontare il tema, attraverso studi, anche nel settore delle neuroscienze.

Un contributo in tal senso, ci arriva dalle ricerche effettuate da Adam Grant, Francesca Gino e David A. Hoffman, che sono giunti alla conclusione che i leader introversi sono migliori di quelli estroversi, non foss’altro che per la loro maggiore capacità di “ascolto”. Evidentemente, è più difficile fare emergere le potenzialità nascoste in chi manifesta un carattere introverso, chiuso, riservato; ma quando ciò avviene, ci si rende conto che i loro contributi rappresentano un valore aggiunto di grande spessore.

Le sfide che i leader introversi devono affrontare: il lavoro in team e il brainstorming

Gli estroversi che traggono la loro energia dal confronto con gli altri, tendono a pensare ad alta voce, e, quindi, saranno i primi, nelle riunioni o nei brainstorming, a proporre le loro idee, tenendo banco e intromettendosi, senza alcun problema, nella discussione.

Gli introversi, al contrario, mostrano più difficoltà a lavorare in team. Le riunioni di lavoro, i brainstorming sono momenti che gli introversi temono maggiormente perché anche se hanno delle idee che potrebbero condividere con gli altri, essendo più riflessivi per natura, raramente riescono a intervenire nella discussione in tempo reale e rischiano di apparire poco partecipativi.
Ecco perché agli introversi che partecipano alle riunioni o ai brainstorming dovrebbe essere consentito di trarre ex post le conclusioni delle discussioni, lasciando che contribuiscano al dibattito comune con commenti o riflessioni autonome, anche maturate successivamente e rimaste inespresse.

Sfruttare al meglio il contributo degli introversi

E’ bene ricordare che, in genere, gli estroversi non si preoccupano di essere interrotti perché spesso questo è il loro modo di parlare. Gli estroversi di solito non sono nemmeno consapevoli del fatto che stanno dominando la conversazione, finché non vengono fermati.

Bisogna, quindi, che gli introversi, secondo la Kahnwailer, adottino particolari accorgimenti per farsi ascoltare, si preparino in tempo sugli argomenti che dovranno affrontare, superino le inibizioni nel confronto con gli altri, abbandonino la loro zona confort e sappiano buttarsi allo sbaraglio, quando occorre, senza timore di sbagliare o apparire inadeguati ma anche senza voler imitare gli estroversi. E soprattutto imparino a non farsi interrompere mentre stanno parlando.

Non bisogna dimenticare che gli introversi sono sempre orientati al senso e al valore degli argomenti di cui parlano per cui non sono molto propensi a sostenere dialoghi “leggeri”, chiacchiere da salotto fatte per passare il tempo, senza alcun costrutto.

Odiano aprire bocca e darle fiato, come si suol dire. Per cui, possono apparire agli occhi degli altri superbi e poco socievoli. Gli introversi per non essere fraintesi devono fare in modo che chi collabora con loro, a ogni livello, riconosca questo loro atteggiamento e possa apprezzarlo come una dote non come un limite.

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