La pazienza non è una virtù

Generalmente, la pazienza viene rappresentata come una virtù. Il personaggio biblico che meglio la incarna è Giobbe, che nell’Antico Testamento ci viene descritto come un uomo in grado di sopportare grandi difficoltà, tribolazioni, ingiustizie, senza lamentarsene e senza mai perdere la fede.

Ma la pazienza è davvero una virtù? Se esaminiamo la lista delle sette virtù, tre teologali e quattro cardinali, non vi troviamo la pazienza: ci sono la Fede, la Speranza, la Carità, oltre alla Prudenza, alla Giustizia, alla Temperanza e al Coraggio.

Perché non c’è la Pazienza? Perché non è una virtù, qualcuno la chiama virtù minore, e può avere aspetti positivi ma anche negativi.

Due tipi di pazienza

In modo molto schematico, possiamo dire che la pazienza può avere sia un aspetto passivo che uno attivo.

La pazienza negativa è quella intesa come un atteggiamento remissivo, cioè di coloro che si rimettono di buon grado, per naturale inclinazione o per motivi contingenti, al volere o al parere altrui, senza reagire in alcun modo alle circostanze avverse che li coinvolgono, anche se potrebbe essere in loro potere fare qualcosa per cambiare lo stato delle cose.

Questo comportamento supino di fronte alle persone e agli avvenimenti è frequente. Non sono poche le persone che lo adottano perché consente loro di evitare conflitti e mantenere il quieto vivere, anche a scapito della propria libertà e, talora, della propria dignità. Queste persone, dotate di particolare pazienza, che col passare del tempo diventa un “habitus”, in genere confluiscono in una struttura sociale (che potremmo definire gregge) che non ha obiettivi di alcun tipo, se non quello di seguire gli altri e comportarsi di conseguenza.

La pazienza positiva, invece, è un atteggiamento consapevole che ha come obiettivo l’attesa, il prendere tempo, per poter sfruttare le eventuali opportunità favorevoli che frattanto potrebbero verificarsi. Un esempio storico, Quinto Fabio Massimo, Cunctator, il Temporeggiatore, che sconfisse Annibale con una tattica di guerra dilatoria che alla fine si dimostrò vincente.

Insomma, la pazienza può avere un suo lato positivo, dal punto di vista personale perché consente di evitare arrabbiature, contrasti, e dal punto di vista strategico, in caso di conflitti complicati e difficili da gestire, ma la cosa più importante è che non deve essere infinita, deve avere un termine, come dice anche un noto detto popolare, storpiato da Totò in una sua famosa battuta: “Ogni pazienza ha un limite”.

Il leader e la pazienza

Per i leader la pazienza può essere pericolosa perché può condurre sulla strada in discesa della mediocrità, se la si confonde con il lassismo. Se i collaboratori mostrano carenze nella loro attività e non migliorano; se i fornitori trascinano i loro progetti per mesi e non rispondono alle esigenze dell’azienda; se i progetti tecnici si impantanano, ecc.; in tutti questi casi, la risposta più corretta non è la pazienza, ma la giusta impazienza.

Un leader deve aspirare a migliorare le cose, non può accontentarsi, né mostrarsi paziente quando la pazienza non ha uno scopo e un obiettivo positivo. Bisogna intervenire con decisione per far comprendere a tutti che un lavoro mal fatto o un eccessivo ritardo porta conseguenze negative e, se si può tollerare una situazione contingente per cause specifiche e dimostrabili, non è possibile però giustificarla se non conduce, entro un ragionevole lasso di tempo, al superamento delle anomalie, delle lacune emerse.

Sul tema, vi segnaliamo la lettura di un articolo di Jeremy Lott.

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