Gamification: vantaggi e insidie

La gamification nasce da una semplice constatazione: che l’apprendimento più efficace è quello attivo, cioè quello che è in grado di sviluppare un interesse nei soggetti che si apprestano a imparare cose nuove.

E l’interesse maggiore lo si ottiene in genere attraverso il meccanismo del divertimento, che favorisce il coinvolgimento di tutti i sensi in una esperienza diretta e interattiva, avendo alla base l’idea del gioco, che è, se ci pensiamo bene, anche il principale mezzo di conoscenza e di scoperta nella prima infanzia.

Il gioco, primo strumento di conoscenza

Non per nulla, i vari Kolb e Dale devono molto alle idee di John Dewey, filosofo e pedagogo, che tra i primi teorizzò il “learning by playing” e “learning by doing”, con la convinzione che l’apprendere non coincida con il ricevere passivamente delle nozioni, ma, al contrario, elaborare attivamente delle idee, possibilmente giocando o facendo direttamente, in base al principio di spostare l’attenzione dal docente al discente.

Con una precisazione assolutamente necessaria per quanto riguarda la gamification: il divertimento, il gioco non rappresentano l’obiettivo per facilitare l’apprendimento ma un mezzo che va  utilizzato con intelligenza e attenzione.

Se lo scopo della gamification è quello di portare colui che è impegnato in una attività di formazione dentro un “flusso” che, come ricorda Csíkszentmihályi, è una condizione particolarmente favorevole per assimilare le informazioni, in quanto ci si sente concentrati, appagati e assorbiti dall’attività svolta, bisogna vigilare che questa operazione non resti un’esperienza fine a se stessa, della quale alla fine ci si ricordi solo la parte “ludica” o “emotiva”, perché altrimenti sarebbe inutile.

L’idea di gioco nell’ambito del lavoro

Abbandonando i metodi tradizionali di formazione, il collaboratore giustamente è finito al centro del processo formativo, ma sarebbe un errore lasciarlo solo. Non bisogna dimenticare che ci si rivolge a persone adulte. Il gioco viene considerato in questi casi una disposizione mentale, uno stato d’animo, un modo di distrarsi, evadere dalla realtà, una occupazione non finalizzata, senza scopo, divertente e piacevole, leggera, spontanea.

Quando il gioco viene trasferito in ambito lavorativo, allo scopo di imparare cose nuove, il significato di senso che gli diamo deve cambiare in modo netto. E questo passaggio non sempre è semplice e dipende anche dalle diverse persone coinvolte, dalla loro età, dell’esperienza di vita, dal modo in cui interpretano la realtà.

Ecco perché il processo di gamification va sempre seguito e guidato da un tutor che sappia indirizzare il discente nel modo più adeguato, fornendo elementi per ricavarne il valore formativo sul quale abbiamo puntato e fare sì che l’”information retention”, cioè la capacità di assimilare le informazioni con questi strumenti ludici, abbia un effetto reale e non sia, come può succedere, una acquisizione meccanica di contenuti, che possono sfuggire ad una valutazione visto che esistono regole e logiche strutturate, stabilite a priori, che può essere facile intuire e, quindi, aggirare.

La tecnica dello “scaffolding” e l’importanza dell’errore

In altri termini, il formatore dovrà svolgere una azione di tutoraggio che chi si occupa di pedagogia chiama “scaffolding”, che mi sembra un termine assolutamente calzante anche in questo ambito, perché in modo metaforico significa creare un’impalcatura, cioè fornire un vero e proprio sostegno alla persona che sta imparando attraverso i sistemi di gamification; sostegno al quale sia possibile fare sempre riferimento e dal quale ottenere indicazioni pratiche, suggerimenti, incoraggiamenti, quando ve ne sia necessità.

Altro vantaggio non di poco conto della gamification, oltre all’incremento dell’efficacia dell’apprendimento, è che chi opera nell’ambito di un “gioco”, immaginario e non reale, può godere della massima libertà di azione, può sfruttare situazioni fittizie, dare sfogo a idee, intenzioni spontanee, sperimentazioni, andare incontro ad errori, senza che ciò possa causare delle ripercussioni reali sul suo lavoro o su quello di altri.

Sdoganare la paura dell’errore è sempre stato un elemento importante per favorire la partecipazione attiva e la creatività; d’altra parte, l’apprendimento si sviluppa, proprio come la vita di ognuno di noi, attraverso errori che riconosciamo, affrontiamo, superiamo e vanno poi a costituire il bagaglio della nostra esperienza.

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