Attenti alla sindrome di Pollyanna, il troppo ottimismo porta alla stupidità

Lo sapevate che una persona considerata troppo ottimista, tanto da apparire un po’ stupida, troppo fiduciosa nel futuro, viene definita vittima della sindrome di Pollyanna o polinesianesimo, o anche pregiudizio della positività?

Questa definizione nasce dal personaggio femminile di un romanzo della scrittrice Eleanor Hodgman Porter (1868-1920), Pollyanna, una ragazzina che, nonostante tutte le disgrazie che si abbattono su di lei (orfana, costretta a vivere nella soffitta di una parente acida e anaffettiva per poi perdere – seppure temporaneamente – l’uso delle gambe), non rinuncia mai alla speranza grazie al gioco della felicità che le aveva insegnato il padre.

Il principio o sindrome di Pollyanna è la tendenza delle persone a ricordare le cose piacevoli in modo più accurato rispetto a quelle spiacevoli, definita anche “ottimismo idiota”, che consiste, appunto, nel “percepire, ricordare e comunicare in modo selettivo soltanto gli aspetti positivi delle situazioni, ignorando quelli negativi o problematici.” (Luigi Anolli, L’ottimismo).

Ottimismo come valore culturale?

Negli Stati Uniti l’ottimismo è considerato un valore culturale. Tutti devono essere felici, e devono mostrare di esserlo. Mentre nelle culture asiatiche, per usare le parole della ricercatrice Jiah Yoo, “molti pensano che le emozioni positive abbiamo un lato oscuro, siano passeggere e possano attirare inutilmente l’attenzione degli altri”. Quindi, anche su questo punto, vi sono palesi divergenze a seconda delle mentalità e delle tradizioni dei diversi popoli.

Chi soffre di “ottimismo esagerato” (chi inforca ogni momento occhiali rosa) è concentrato esclusivamente sul lato positivo della vita, nascondendo i tanti aspetti negativi sotto il tappeto, spesso viene colto di sorpresa e impreparato quando emergono circostanze inequivocabilmente negative.

E’ vero che l’ottimismo è un elemento chiave del benessere emotivo ma c’è una bella differenza tra il sano ottimismo e la versione patologica del pensiero positivo tipo Pollyanna.

Le persone vittime di un ottimismo esagerato non solo trascurano i problemi reali e le questioni che devono essere affrontate, ma impediscono agli altri di esprimere dolore, rabbia, solitudine o paura. È difficile, se non impossibile, trasmettere sentimenti autentici in presenza di una di queste persone “ottimiste a oltranza”. Spesso hanno il potere di far sentire gli altri colpevoli per aver nutrito cattivi sentimenti.

L’ottimismo drammatico di Mancuso

Ci sono due approcci all’ottimismo, secondo Clifford N. Lazarus, fondatore dell’omonimo Lazarus Institute, l’ottimista patologico che sostiene: “Non c’è nulla da preoccuparsi, tutto andrà nel migliore dei modi possibile” e l’ottimista realista che dice: “Siamo di fronte a un bel casino, la situazione è tutt’altro che positiva ma se ci mettiamo di impegno, un po’ alla volta probabilmente ce la possiamo fare. (E se non ce la faremo, almeno abbiamo provato)”.

Gli ottimisti realisti di fronte a eventi veramente sfavorevoli non si illudono che le cose stiano andando bene, cercano, se possono, di intervenire per migliorarle, e, se non possono, le accettano, affrontandole in modo responsabile, evitando di cadere nella trappola della depressione o della frustrazione.

Mentre chi pensa che di fronte alle tragedie bisogna credere che tutto finirà nel modo migliore, probabilmente andrà incontro a problemi ancora più grandi, perché non farà nulla per cambiare le cose.

Vito Mancuso, il famoso teologo controcorrente, usa una diversa definizione di ottimismo realistico. Lo chiama “drammatico”. Lui dice: «Conosco il dramma e talora la tragedia che spesso attraversa il mestiere di vivere. Per questo io definisco il mio sentimento della vita come “ottimismo drammatico”: vivo cioè nella convinzione fondamentale di far parte di un senso di armonia, di bene, di razionalità, e per questo parlo di ottimismo, ma sono altresì convinto che tale armonia si compie solo in modo drammatico, cioè lottando e soffrendo all’interno di un processo da cui non è assente il negativo e l’assurdo».

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