Lavoro e vita: in futuro li potremmo ancora distinguere?

Richard Branson

Ha ancora senso parlare di otto ore di lavoro al giorno per cinque giorni alla settimana? Dalle nove di mattina alle sei di sera (con un intervallo di un’ora per la pausa pranzo)? Ci chiediamo per quanto potrà ancora valere una suddivisione del tempo di lavoro così inquadrata.

Quando entrò in vigore la settimana lavorativa di 40 ore aveva un senso: in un’economia di produzione di massa molte persone lavoravano principalmente sulle linee di produzione per la totalità dei loro turni di otto ore.

Il modo in cui lavoriamo oggi è cambiato radicalmente: la maggior parte delle persone non lavora nelle fabbriche ma negli uffici. Svolge mansioni nel marketing, nello sviluppo di software, nelle vendite, nella contabilità. Pochissimi ormai trascorrono le giornate lavorative a eseguire ripetitivamente le stesse operazioni, magari stando in piedi davanti a un nastro trasportatore. E quei pochi sono in attesa di essere sostituiti da robot.

Nell’economia della conoscenza, i compiti che svolgiamo nel nostro lavoro quotidiano sono sempre meno adatti a un periodo di tempo fisso di otto ore. Il lavoro di conoscenza è astratto e dinamico e quello che si sta facendo un giorno potrebbe essere completamente diverso da quello del giorno dopo. In effetti, costringere le persone a lavorare in un periodo di tempo fissato troppo rigidamente potrebbe renderle meno produttive, più inclini alla procrastinazione e più stressate al lavoro.

Inoltre, la tecnologia ci ha resi più connessi che mai, il che significa che non esiste più una ragione valida per cui dobbiamo essere nello stesso posto nello stesso momento, per lo stesso periodo di tempo.

Ciò non significa che la scansione del lavoro in orari precisi (anche se spesso elastici) sarà abolita entro breve tempo. Per alcuni tipi di lavoratori, come quelli dei servizi, probabilmente resterà necessaria. Ma per un sempre maggior numero di attività questa suddivisione oraria non avrà più senso.

Richard Branson, fondatore e numero uno dell’impero Virgin (palestre, emittenti radio, compagnie aeree, etichette discografiche e molto altro), per i suoi dipendenti ha abolito l’orario di lavoro. Perché “contano i risultati, non le ore che passi in ufficio” e anche perché i dipendenti con orari di lavoro flessibili sono più felici e più produttivi.

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