Il risentimento non genera solidarietà

Il prof. Ugo Perone – filosofo, docente Humboldt-Universität di Berlinonel suo illuminante saggio “Otto tesi per la sinistra” sulla rivista “Spazio Filosofico” scrive, tra l’altro: “…sulla scena sociale è intervenuto un fattore inedito: il risentimento. Presso i conservatori aveva spazio la paura: la paura di perdere ciò che si aveva (fosse anche poco), presso i progressisti la fiducia che attraverso lotta e progresso si potesse rimediare alle ingiustizie. Ma né la sinistra né la destra si nutrivano di risentimento, che implica un desiderio di rivalsa per quello che non si ha a danno di chi l’ha o minaccia di ottenerlo. Il risentimento è invece diventato dominante presso tutti gli orientamenti: verso i profughi non si prova solo paura ma risentimento, così che non si accetta nemmeno che essi ottengano gli stessi diritti degli altri cittadini; verso le élite dominanti si prova risentimento per i privilegi che hanno accumulato: non è però un’ansia di uguaglianza, ma un semplice desiderio di livellamento; verso i più vecchi cresce l’insofferenza, e si sbandiera una rottamazione come semplice sostituzione che non ha nulla da spartire con le illusioni utopistiche sessantottine; verso il sapere cresce la derisione, si devastano i congiuntivi e si abbandonano scuola e università.

Questo risentimento rabbioso segue a vent’anni di felicità televisivamente surrogata; contiene una protesta implicita, incapace però di individuare i propri obiettivi; è impastato di amarezza e renderà tutti più cattivi. È un risentimento che nutre soprattutto i populismi, ma attraversa, sia pure in modo ineguale, tutti”.

Per approfondire il tema, abbiamo posto due domande al Prof. Ugo Perone:

Riteniamo che la sua analisi sul senso di risentimento che si sta propagando nella nostra società sia assolutamente condivisibile. Vorremmo chiederle, per comprendere meglio questo atteggiamento, se lei pensa che ciò si possa attribuire anche alla digital disruption che spinge le aziende ad avere sempre più bisogno di persone autonome, disponibili, creative, responsabili. Che detto così potrebbe far pensare a un aspetto positivo dell’evoluzione del lavoro, anche se poi porta a un senso di precarietà e insicurezza del futuro.

Questa visione, infatti, non favorisce l’aggregazione sociale tra gli individui, che al contrario del passato devono trovare la loro comunità (il loro commitment, inteso come impegno emotivo, affettivo, proattivo) non al di fuori ma dentro l’azienda. Ciò porta alla identificazione psicologica fra risorsa umana e organizzazione e di conseguenza alla concorrenza sempre più dura e spietata tra individui-azienda: perdono valore le relazioni collettive, compresi i sindacati, per dare spazio al potenziale conflitto tra individui (bellum omnium contra omnes). Anche su questo, che è un problema economico del neo liberismo, la sinistra non sembra avere soluzioni convincenti.

Il risentimento, come io l’intendo, è un sentimento che nasce da un’esperienza. Questa è sempre anzitutto individuale e ha la sua formulazione in “perché a me no?” Ciò che viene avvertito come inaccettabile non fa riferimento a un valore di tipo universalistico (giustizia), ma a una differenza e una sproporzione di cui non si trova giustificazione. Il risentimento che nasce può naturalmente generare condivisione con altri, ugualmente “risentiti”, ma non ingenera solidarietà. Una società, da un lato, competitiva e, dall’altro, costretta a una relativa penuria a causa di risorse decrescenti, è particolarmente esposta al rischio del risentimento, che può ben essere considerato l’esito negativo di un sistema che accentua la responsabilità individuale senza inscriverla in un orizzonte valoriale condiviso e capace di tradursi in progressiva esperienza.

La seconda domanda è questa: Cosa ne pensa dell’economia civile, un’idea che parte da Antonio Genovesi, ed è stata ripresa da molti studiosi contemporanei, compreso il prof. Zamagni?

In questo senso (che sostanzialmente accetta le sue considerazioni) si può forse sostenere che un’economia civile capace di far sperimentare la solidarietà potrebbe essere un antidoto. A patto però che essa sia in grado, come appunto si diceva, di far sperimentare in concreto che la condivisione non è genericamente un imperativo morale, ma un modo di protezione e anzi di valorizzazione della stessa individualità.

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