Conciliare vita e lavoro: smart working e cyber security (prima parte)

Intervista ad Elena Barazzetta, ricercatrice. Nel suo lavoro, si occupa principalmente di welfare aziendale, smart working, misure per la conciliazione vita-lavoro. Sulle stesse tematiche affianca inoltre enti privati e pubblici attraverso attività di consulenza.

L’individuo all’interno dell’azienda sta diventando, sempre più, da variabile indipendente a capitale umano, cioè fonte di vantaggio competitivo perché in grado di affrontare con maggiore probabilità di successo e in modo più autonomo le dinamiche di un mondo in rapidissima evoluzione, anche grazie alle nuove tecnologie.

Contemporaneamente c’è la tendenza ad alleggerire l’aspetto gerarchico del rapporto di lavoro per trasformarlo in un rapporto immateriale di identificazione psicologica tra risorsa umana e organizzazione. In questo ambito, un ruolo strategico lo svolge il welfare aziendale.

Per i collaboratori vi è l’idea (illusione?) che essi non siano più dipendenti ma possano comportarsi come imprenditori con atteggiamenti proattivi, liberi, “democratici”.

A parte il fatto che esistono aspetti psicologici non trascurabili quando lo spazio tra lavoro e non lavoro non ha più confini e l’identificazione con l’impresa è massima, Le chiedo: questa situazione non rivela una evidente contraddizione tra una maggiore libertà e responsabilità nell’ambito del lavoro e un sempre più stretto controllo e invasività da parte dell’azienda, che conosce le nostre abitudini, le nostre idee, le nostre scelte, anche al di là dell’ambito lavorativo?

Lo sviluppo o, dove già presente, la valorizzazione di capacità imprenditoriali dei lavoratori all’interno di modalità di lavoro flessibili, è una grande sfida per gli stessi lavoratori e per il management. Imprenditorialità significa certamente maggior libertà ma anche responsabilità, capacità di portare a termine gli obiettivi nei tempi stabiliti, proattività, assunzione di rischi, qualità che non sempre i lavoratori si sentono in grado o vogliono esercitare in ambito lavorativo, preferendo il tradizionale “controllo” del proprio responsabile. Imprenditorialità del lavoratore significa anche capacità di delega del manager di riferimento, sviluppo di nuove logiche di gestione del team, perfezionamento e ottimizzazione della programmazione del lavoro. La destrutturazione di certe gerarchie di stampo fordista non è un passaggio banale ma richiede un forte presidio del board, una grande motivazione del management e un cambio di passo di tutti i collaboratori aziendali, in sostanza un ripensamento dei processi organizzativi e relazionali.

Lo smart working e il diritto alla disconnessione

Il tema della tecnologia che “controlla” le nostre vite è strettamente legato a questo cambiamento e sta diventando sempre più centrale nei dibattiti fuori e dentro le aziende. Se da un lato le tecnologie hanno portato e continuano a portare miglioramenti nella vita delle persone, dall’altro i cambiamenti da essa generati sono talmente veloci che in un certo senso ci appaiono come una minaccia, perché non riusciamo fino in fondo a governarne le potenzialità e i rischi.

D’altra parte è grazie alla tecnologia se, tra i tanti altri benefici, possiamo cominciare a concepire un nuovo paradigma di gestione del lavoro e delle risorse umane non più basato esclusivamente sul presenzialismo ma sul raggiungimento degli obiettivi raggiungibili anche al di fuori degli spazi aziendali. Lo smart working è in questo senso uno strumento dalle enormi potenzialità che genera vantaggi alle imprese e ai lavoratori. Ci sono però diversi rischi e certamente uno di questi è la mancata applicazione del diritto alla disconnessione, inserito nella normativa 81/2017 che lo regola, ma che nella prassi non sempre viene garantito. In questo caso certamente il lavoro “smart” nasconde la minaccia di un’invasione degli ambiti lavorativi nella sfera privata delle persone. Per ovviare a questo problema, è notizia di queste ultime settimane che, nel rinnovo del contratto collettivo dei bancari è stato proposto, primo settore a farlo, il diritto alla disconnessione. In questo modo il tema non sarà demandato esclusivamente all’accordo aziendale sullo smart working e al buon senso di manager e lavoratori, ma diventerà un diritto del lavoratore, regolamentato dal CCNL.

La disintermediazione degli spazi e dei tempi di vita e di lavoro pone inoltre il tema della necessità per il lavoratore di vedere tutelati i propri dati personali. Per questo deve essere dotato di strumenti configurati in modo da rispettare le disposizioni contenute nello Statuto dei lavoratori e nella normativa sulla privacy, mosaico legislativo piuttosto complesso da interpretare ma che, in sostanza, limita le possibilità del datore di lavoro di controllare e accedere a dati riservati dei propri lavoratori.

La cyber security: rischi e oneri

Elena Barazzetta

Del resto non va dimenticato che la tecnologia genera delle insidie anche per l’impresa in termini di cyber security. Con l’utilizzo di device personali e lo svolgimento del lavoro in luoghi diversi dalla sede aziendale, le organizzazioni vedono i propri dati, più o meno riservati, essere potenzialmente esposti ad accessi non autorizzati. L’accesso a dati riservati al di fuori degli spazi aziendali deve inoltre essere gestito in modo da non incorrere nella violazione della già citata normativa sulla privacy, anche rispetto ai dati dei clienti/utenti. Oltre alla stesura di policy aziendali e ad una adeguata formazione e informazione dei lavoratori, è la tecnologia stessa che, attraverso l’utilizzo di strumenti hardware e software, tutela i dati riservati, ad esempio attivando sistemi di accesso (autenticazione e autorizzazione) complessi e limitando l’accesso ai dati in base al profilo di autorizzazione del lavoratore.

È evidente che la tecnologia offre strumenti in grado di supportare il cambiamento del paradigma del lavoro, non senza criticità per il lavoratore e per le aziende stesse che si assumono una buona dose di rischi e di oneri nel ripensare i propri processi interni. Non può esserci infatti una reale e corretta rivoluzione tecnologica in azienda se non è accompagnata da un’innovazione dei processi organizzativi e relazionali, adeguatamente e costantemente monitorati. In tal senso l’elemento della fiducia è assolutamente strategico da entrambe le parti, azienda e lavoratore. Non bastano policy e momenti formativi a monte per garantire un corretto processo di relazioni lavorative a distanza, ma è necessario che la cultura aziendale venga costruita in un processo partecipato che ingaggi tutti gli interlocutori, perché è nei rapporti diretti tra responsabile, lavoratore e colleghi che si gioca il discriminante tra la riuscita o meno di una nuova modalità di lavorare.

3 risposte a "Conciliare vita e lavoro: smart working e cyber security (prima parte)"

  1. blowjob ottobre 7, 2019 / 9:00 am

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