Conciliare vita e lavoro: pervasività della tecnologia e welfare aziendale (seconda parte)

Intervista ad Elena Barazzetta, ricercatrice. Nel suo lavoro, si occupa principalmente di welfare aziendale, smart working, misure per la conciliazione vita-lavoro. Sulle stesse tematiche affianca inoltre enti privati e pubblici attraverso attività di consulenza.

Che tipo di libertà ci aspetta? Nel lavoro, i valori etici personali possono andare perduti se conformati esclusivamente a una dialettica costi/benefici. Possiamo davvero dire che siamo liberi di scegliere, di criticare, o siamo destinati ad accettare supinamente le regole di una società (in apparenza) socialmente condivisa?

Personalmente, credo che il potere non sia soltanto il modo in cui qualcuno agisce sull’azione di un altro, tramite gerarchia o burocrazia, ma abbia anche una caratteristica intrinseca, rappresenti un meccanismo proprio del sistema (sia immateriale come certi algoritmi, sia concreto come certe iniziative, psicologicamente vincolanti, di welfare) al quale si deve sottostare e che, in tal modo, non può nemmeno più essere messo in discussione. Lei cosa ne pensa? E’ una visione troppo pessimistica?

Il primo tema che sottolineerei è quello della pervasività della tecnologia, generata anche da spinte ideali positive, ma esposta anche al rischio di essere utilizzata come strumento di potere, inteso come controllo. La dimensione etica e sociale della tecnologia è quindi un fattore che sempre di più si fa centrale e obbliga a rimettere al centro l’annosa questione se sia la tecnologia al servizio dell’umano – e quindi del suo benessere – oppure se ne stiamo diventando vittime. È interessante su questo fronte che il Politecnico di Milano ha di recente inaugurato il primo corso di laurea in Italia in “Ethics for Technology”, seguendo l’esempio di altri politecnici europei, con l’obiettivo di formare le nuove generazioni di scienziati con un’etica della responsabilità che permetta loro di discernere in modo critico tra potenzialità e rischi delle innovazioni tecnologiche.

Criticità del welfare aziendale: il rischio che diventi una vetrina e-commerce

Elena Barazzetta

Un altro tema è quello del già citato benessere, concetto molto in voga in ambito HR che merita un’attenzione particolare per evitare di incorrere nel rischio che diventi uno slogan privo di reali contenuti. Penso ad esempio al welfare aziendale che, complice la forte spinta normativa degli ultimi anni, è diventato un tassello importante delle politiche aziendali e, di conseguenza, un grande business per i provider di piattaforme di welfare. Si rileva alcune volte come, nell’offerta di servizi di welfare aziendale ai lavoratori, non sempre venga preservata la natura sociale tipica del welfare, e si agisca piuttosto in favore di logiche di mercato che – sempre nel rispetto della normativa, anzi, per certi versi, favorita da un sistema di agevolazioni fiscali che andrebbe perfezionato – offrono servizi non sempre rispondenti ai bisogni fondamentali dei lavoratori e delle loro famiglie, ma certamente di più facile gestione per gli erogatori dei servizi. Mi riferisco ad esempio a buoni acquisto, abbonamenti per palestre e centri benessere, e a tutta una serie di offerte che rischiano di fare del welfare aziendale una vetrina e-commerce alla stregua di una qualsiasi altra, al quale i lavoratori, volenti o nolenti, devono far riferimento per spendere il proprio plafond, di fatto una sorta di imposizione, nei termini che citava lei. Su questo versante però comincia a essere rilevata nei dibattiti e in alcune progettualità una sensibilità diversa che riflette sul tema della qualità dei servizi erogati, nel tentativo di rimettere al centro il destinatario finale e riconquistare quel valore iniziale di cui il welfare aziendale è portatore.

Stiamo assistendo ad una irreversibile evoluzione della natura dei rapporti lavorativi che porta con sé tanti vantaggi e, come tutti i grandi cambiamenti, molti aspetti perfezionabili e rischi da riconoscere, guardare con attenzione e – se possibile – risolvere, ma, come gli esempi riportati dimostrano, penso ci sia margine per aggiustare il tiro, laddove si intravedono o già si sperimentano alcune criticità.

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