Non c’è bisogno del permesso per diventare un “servant-leader”

La leadership di servizio non ha, almeno nel nostro Paese, un grande seguito. Affiancare la parola leader alla parola servizio appare ai più un ossimoro, una contraddizione in termini. Anni di cultura “verticistica” hanno portato a credere che il leader debba sempre spostare in alto la propria soglia di responsabilità, avvalendosi di strumenti di personalizzazione e protagonismo. Non farlo, significherebbe per queste persone abdicare alla loro stessa qualifica professionale.

Ma le cose stanno lentamente cambiando e non solo per una certa debolezza culturale dei manager che aspirano ad essere leader ma per motivi contingenti dovuti alla rapidissima trasformazione tecnologica che pervade tutte le attività. Nelle aziende i problemi risultano sempre più complessi, più dinamici, sempre meno controllabili da una persona sola, e non si prestano più ad essere governati con decisioni di vertice, prese di posizione centralizzate. Se non esponendo a gravi rischi tutta l’impresa.

Stiamo assistendo ovunque a un lento ma costante sviluppo di sistemi di gestione delle imprese meno gerarchizzati, meno burocratizzati, con maggiore diffusione della responsabilità e una sempre più alta partecipazione dei collaboratori di ogni ordine e grado alle decisioni anche più strategiche. Conseguentemente, si stanno sviluppando istituzioni che hanno prodotto una vera e propria filosofia di governance alternativa, e che indirizzano la propria attività di formazione verso la creazione di una nuova figura di leader, appunto quello di servizio.

Una di queste istituzioni è il Servant Leadership Institute (con sede a Carlsbad in California) che cerca di diffondere un insieme di principi e pratiche che capovolgono il tradizionale modello della “leadership di potere”, creando persone meno autocentrate, decisamente più performanti e più attente al mondo che li circonda, alle persone, alla natura.

Ecco un breve filmato tratto dall’ultima conferenza tenutasi quest’anno a marzo:

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