La ricchezza è una benedizione divina?

La globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, la transizione verso l’economia dei servizi hanno fatto crescere la disuguaglianza: è aumentata la quota di reddito percepita dall’1% più ricco della popolazione e, nel contempo, è salito il rischio di povertà ed esclusione sociale, che tocca ormai anche la classe media.

Alcune persone, però, non si scandalizzano del fatto che esista ovunque tale grande disuguaglianza economica. Addirittura, sono convinte che la povertà, ma anche la malattia, la miseria, l’infelicità, non siano altro che l’espressione del giudizio e della maledizione divina, cioè rappresentino una punizione per una colpa (non ben definita) commessa dal soggetto colpito (riferita a lui stesso o alle generazioni che lo hanno preceduto).

Mentre, al contrario, la ricchezza sarebbe il segno di una benedizione divina che premia il soggetto che ne beneficia col benessere, il successo economico-sociale, la salute, la prosperità in genere.

In altri termini: se sei povero (o non sei ricco) la colpa è esclusivamente tua. Fattene una ragione!

Gianfranco Ravasi, in un articolo (Il Sole 24 Ore – 23 luglio) sulla “teologia della prosperità”, segnala che numerosi gruppi spirituali che hanno grande successo negli Stati Uniti, si rifanno proprio a questi principi per costituire “chiese”, gruppi religiosi, che dell’ostentazione della ricchezza e del successo fanno un mezzo per attrarre le persone (più ingenue) con l’illusione di una futura agiatezza.

Negli Usa, i gruppi religiosi di questo tipo, guidati da persone ricchissime, fanno proseliti, chiedendo loro paradossalmente sovvenzioni che li rendono ancora più ricchi: il fine è continuare ad alimentare in ognuno di loro la speranza che sia possibile, grazie alla fede, ottenere il successo e la ricchezza come dono di Dio.

E poco importa se l’ascensore sociale è quasi fermo e le probabilità che un bambino nato da genitori che si trovano in fondo alla scala sociale (quella degli “esclusi”) possa migliorare la sua posizione sono praticamente nulle negli Usa come in Europa.

In Italia, ancora questi fenomeni non si sono palesati, anche se si sta sviluppando un atteggiamento – che potremmo definire semplicisticamente  “antibuonista” – che in un certo senso giustifica e, spesso, glorifica la ricchezza e chi la possiede, ed ha la sua origine in una visione neoliberista (calvinista) della società che non crede più (se mai ci ha creduto) alla necessità di impegnarsi nel favorire la crescita sociale ed economica delle classi più povere.

In questo modo, sull’idea della ricerca del bene comune, prevale sempre di più l’interesse personale, l’individualismo esasperato, la continua competitività.  Contenti noi…

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