Basta con la felicità a tutti i costi!

Siamo nell’epoca della dittatura della felicità? Sembrerebbe di sì, stando almeno al saggio di Edgar Cabanas e Eva Illuoz, Codice Edizioni, Torino, €20, intitolato “Happycracy, Come la scienza della felicità controlla le nostre vite”.

Sul tema ci siamo spesso soffermati (vedasi il nostro precedente articolo “Eccedere fa sempre male. Anche troppa felicità non fa bene”) e ci fa piacere che anche gli autori segnalino come la ricerca esasperata della felicità sia spinta da un meccanismo economico che ha solo scopi speculativi e si basa su principi neoliberisti secondo i quali la felicità individuale sostituisce il bene collettivo.

E di questo passo, è facile asserire che le condizioni che determinano la felicità, quali ricchezza o povertà, successo o fallimento, salute e malattia, dipendono esclusivamente dal singolo. (Si veda anche il nostro articolo, intitolato “Non sei ricco? E’ colpa tua, sei troppo pigro!”)

La felicità collettiva, insomma, secondo questa visione, non sarebbe altro che la somma delle felicità individuali. E’ il trionfo della società individualista e singolarista voluta dal capitalismo che crede che la realizzazione individuale delle persone dipenda esclusivamente dalla loro capacità di gestire i propri sentimenti, comportamenti ed emozioni, insieme, naturalmente, ai propri interessi.

E come abbiamo già scritto in precedenza, è ovvio che si giunga a questa drastica conclusione:

Le persone stressate, depresse, emarginate, sole, disoccupate, nostalgiche, ecc. se non hanno una vita più felice ed appagante è perché non ci provano abbastanza, non fanno della positività un’abitudine, o non sanno sfruttare al meglio le opportunità”.

Gli autori sostengono che è disumano – vale a dire contrario al senso di umanità – oltreché miope, infondato e ingiusto, attribuire all’individuo la responsabilità delle sue sventure o della sua incapacità di farcela.

Da parte nostra, ci chiediamo: è proprio impossibile pensare a una felicità che nasca dall’esperienza di stare insieme, di condividere, di partecipare in uno spazio di libertà nel quale possa prevalere il senso dell’uguaglianza e della democrazia?

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