La teoria dell’”in-group”: favorire l’inclusione e il lavoro di gruppo

Le ricerche neurologiche confermano che i team composti da persone diverse tra loro per esperienza e formazione, se ben amalgamati, producono risultati maggiori di quanto non si possa ottenere con gruppi più omogenei.

Il contrasto tra idee e filosofie di vita diverse porta inizialmente a qualche problema o disagio. E’ naturale. Ma, se si sarà in grado di superarli i risultati ottenuti potranno essere decisamente più creativi e innovativi.

Questa è una bella sfida per i leader che devono aiutare i componenti del team a sentirsi a loro agio, lavorando a fianco di persone che non hanno la stessa visione delle cose. Ma questo in sostanza è il processo di inclusione. Che non vuol dire semplicemente dare a tutti la possibilità di sedersi allo stesso tavolo, ma piuttosto permettere che tutti possano esprimere la propria opinione. Spetta proprio ai leader il compito di aiutare che ciò avvenga, in modo che ognuno faccia sentire la sua voce e possa contribuire in modo significativo alla discussione complessiva. Questo è possibile con la teoria dell’”in-group”.

Gli esseri umani sono una specie sociale. Ognuno di noi è estremamente sensibile rispetto al ruolo che occupa in ambito sociale. Ci accorgiamo facilmente quando otteniamo un certo status o potere sugli altri o, al contrario, quando restiamo esclusi o spinti ai margini. In ambito organizzativo, questo senso di rifiuto può portare a sentimenti negativi e tradursi in un disimpegno generale nei confronti del proprio lavoro.

I leader involontariamente possono contribuire a queste “deviazioni” quando spingono i propri collaboratori a “dare il massimo nel proprio lavoro”, stimolando antagonismo e rivalità, oppure quando favoriscono certe persone a scapito di altre, creando situazioni di competitività e contrasto che inficia il clima positivo del gruppo.

Bisogna che i leader capiscano bene che significato ha il processo di inclusione.

E’ esattamente il contrario del detto latino: “divide et impera”.

Non vuol dire favorire alcuni rispetto ad altri. Al contrario, significa unire tutti attorno agli stessi obiettivi organizzativi condivisi.

Per far questo, occorre evidenziare ciò che unisce il gruppo e ricordare a tutti i membri che ne fanno parte che non esiste un “noi” contro “loro” ma solo un “grande noi”, al di là delle singole differenze.

Il segreto per far funzionare gruppi composti da persone di diverse estrazioni è molto semplice. Unire tutti attorno a un obiettivo comune.

Nel fissare questo obiettivo, i leader devono costruire gruppi affiatati non tanto sul terreno comune delle loro ideologie, background culturali od opinioni (che abbiamo visto possono essere molto diverse), bensì sulla motivazione per il successo nel costruire e portare a termine un progetto condiviso, al fine di ottenere qualcosa di più grande, tutti insieme.

L’articolo, prende spunto da una considerazione di Chris Weller, membro del NeuroLeadership Institute. Per approfondire potrete visitare il loro sito.

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