La decadenza del ruolo di maestro

Se gli esperti non servono più e le aziende cercano prevalentemente sperimentatori (vedasi il nostro precedente articolo), da tempo sembra si stia mettendo male anche per il ruolo dei maestri (a vari livelli) che non hanno più l’autorevolezza di un tempo.

L’insofferenza verso i maestri

Riconosciamolo, i maestri (certi maestri) dopo un po’ hanno il potere di risultare indigesti a tutti. E una reazione di rigetto, prima o poi l’abbiamo avuta tutti. Ricordiamo la felice parabola con la quale Arbasino descrive l’ascesa dei grandi maître à penser, in relazione alla diversa considerazione della gente. Si passa da:

Giovane promessa,
a solito stronzo,
a venerato maestro.

Definizioni che hanno tutte un loro risvolto negativo, anche quando sembra il contrario.

E’ vero che nel Sessantotto era già apparso lo slogan “Jamais plus de maître” ma la contestazione era decisamente orientata al rifiuto di una certa pedagogia tradizionale, conservatrice o reazionaria, a favore di un atteggiamento più libero e responsabile nei confronti dell’educazione giovanile.

Oggi, essere maestri è rischioso

In tutti i sensi. Anche fisicamente, e chi lo svolge può ben dire: “ il pericolo è il mio mestiere!”, visto che i rischi che corre se non arrivano dagli stessi studenti, arrivano anche dai loro genitori…

Quali i motivi di questo disamore verso una figura un tempo considerata quasi sacra? Innanzitutto il trionfo del mercato che ha reso i giovani sempre più autonomi (almeno nell’atto di acquisto, diventato il più rivoluzionario gesto che oggi si conosca, a cominciare da quello di sostanze stupefacenti).

Da parte degli adulti (i pochi rimasti, gli altri, anche anagraficamente molto in là con l’età e con ruoli genitoriali, hanno subito un fenomeno preoccupante di regressione) pian piano si è smesso di credere che sia possibile (e doveroso) educare i figli. Sia in famiglia che nelle istituzioni scolastiche.

Il cliente ha sempre ragione, i giovani sono i migliori clienti, quindi…

Il tutto è cominciato proprio da quando la società dei consumi ha fatto diventare questi giovani clienti assidui e orgogliosamente indipendenti. E da quando i social sono esplosi, creando un settore, una “landa” per certi versi misteriosa e cupa, in cui prevale l’ignoranza e il pressapochismo e in cui raramente si incontrano persone sapienti ma solo influencer, personaggi chiassosi, volgari, meschini, foraggiati da masse amorfe di adepti ignoranti, pronti a credere qualsiasi cosa, anche e soprattutto le più inverosimili.

L’idea di maestro si porta dietro vecchie concezioni dure a morire. Quella di chi sale in cattedra per persuadere, o per indottrinare, avvalendosi di un dispotismo autoritario che lo assimila a un profeta, a un salvatore, o a un demagogo.

Abbiamo bisogno di veri maestri

Secondo Zagrebelsky, costituzionalista e saggista, autore del libro “Mai più senza maestri” (Il Mulino, Bologna, pagg. 154, € 14), il Maestro è “colui che stando più avanti e più in alto nella salita, trae a sé; la guida da cui dipende l’ascesa”. Magister, il termine latino che definisce il maestro, ingloba in sé il termine “magis”, cioè che possiede qualcosa in più da dare agli altri, grazie all’autorità che gli viene dalla conoscenza, dalla competenza e dalla esperienza.

Tutte doti bellissime e indispensabili ma che da sole non bastano. Quello che conta è la capacità di insegnare sul serio (lasciare il segno) e soprattutto riuscire ad appassionare alla disciplina che si trasmette, essendone per primi appassionati. E la passione non è un elemento tanto frequente nel settore, considerando che la categoria è sempre più sottopagata, vituperata e demotivata.

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