Il lavoro e i diversi tipi di conoscenza

Se è vero che il saper fare (know-how) ha un valore incontrovertibile perché lo si può dimostrare facendo quello che sappiamo fare, la conoscenza proposizionale (che si pone la domanda: è vero o falso che…?) ci consente di elaborare risposte nuove o immaginare scenari futuri.

Riportiamo la prima parte di un’intervista al prof. Giangiuseppe Pili e le sue stimolanti risposte.

Prof. Pili, si può dire che la conoscenza competenziale, dal momento che è più difficile falsificarla, ha un valore maggiore rispetto a quella proposizionale e diretta?

La conoscenza competenziale non si può falsificare perché non è legata alla nozione di verità. Facciamo un esempio concreto. Se le chiedo “E’ vero saper andar in bicicletta?” lei penserebbe, ad esempio, di aver capito male: andare in bicicletta non è né vero né falso, o ci si sa andare o non ci si sa andare. Dunque, la conoscenza competenziale è un tipo di conoscenza, la quale è quella che in inglese si chiama “know-how” e che in italiano è tradotta con “saper fare”. Essa si fonda su un allenamento e richiede un certo numero di conoscenze dirette e proposizionali ad esempio, per saper andare in bicicletta bisogna conoscere direttamente l’oggetto “bicicletta” e almeno alcune conoscenze proposizionali sulla bicicletta, ad esempio “so che mi devo sedere sopra il sellino”, “devo raggiungere una certa velocità per mantenere l’equilibrio” etc. La conoscenza diretta, invece, è la conoscenza ottenuta mediante una diretta esperienza di un oggetto o soggetto: “Conosco Pippo, il mio insegnante di mountain-bike“. Infine, la conoscenza proposizionale è quella conoscenza che si può riassumere in una domanda: “E’ vero o falso che…?” La filosofia analitica privilegia l’analisi su quest’ultimo tipo di conoscenza perché riguarda proposizioni e valori di verità (quindi il posto giusto dove “sguazzare” filosoficamente). Detto questo, al lato pratico, è difficile discriminare la conoscenza competenziale da quella proposizionale perché, di fatto, la nostra educazione – quale che sia il campo – vede una congiunzione di entrambe. Quando si allenano delle abilità tecniche, si richiede comunque una certa conoscenza specifica di ciò che fonda quelle tecniche. Ad esempio, solo quando i bambini sono in grado di capire le parole possono imparare ad andare in bicicletta proprio perché, oltre ad allenare l’equilibrio, devono ad esempio sapere che “è normale cadere le prime volte quando togliamo le rotelle” e queste frasi devono essere vere e credute giustificatamente dal bambino perché quest’ultimo alla fine impari. Quindi, non si può esattamente dire che un tipo di conoscenza ha più valore di un altro né che una può fare a meno di un’altra. Possiamo, però, dire che il sapere fare ha un valore incontrovertibile rispetto alla sua “certificazione”. Se lo sai fare lo puoi dimostrare facendo mentre dissimulare la conoscenza proposizionale è ben più facile! Un punto, questo, che non credo sia stato molto trattato dalla letteratura epistemologica (semmai qualcuno l’ha considerato).

Prof. Pili, ci può spiegare cosa rende intelligente un comportamento che si basa su una conoscenza esperienziale?

Nessuno sa definire l’intelligenza, che rimarrà probabilmente ancora a lungo un termine vago. Mi limito ad una riflessione sul valore della conoscenza rispetto all’attuale mercato del lavoro. Lo scopo del lavoro è risolvere un problema aperto e condiviso dalla società che è disposta ad alienarsi risorse pur di risolvere il suddetto problema. Il lavoro è semplicemente la riduzione della confusione naturale in un prodotto finale che sia utile all’uomo. Quindi, un comportamento intelligente in questo senso è qualsiasi attività capace di consentire un sufficiente grado di efficienza all’interno dell’obiettivo finale. Per questo motivo, una performance diventa “intelligente” nella misura in cui anticipa o risolve un problema lavorativo. Questo può venire parzialmente insegnato dalle tecniche o know-how, sin tanto che tecniche e know-how sono sufficienti o disponibili. Per questo la conoscenza proposizionale risulta ancora fondamentale: essa soltanto ci consente di elaborare risposte nuove o immaginare scenari futuri prima ancora che essi si realizzino. Senza saper fare si fa male, ma senza saper cosa stai facendo è facile andare contro un muro o girare a vuoto.

La seconda parte dell’intervista sarà pubblicata tra tre giorni.

Chi è Giangiuseppe Pili?
Giangiuseppe Pili (1986) è dottore in filosofia e scienze della mente (Ph.D.), è stato Assistant Professor in Intelligence Studies presso la School of Law and Government – Dublin City University (2018-2019). Oltre a numerose pubblicazioni su diverse riviste internazionali (Social Epistemology, International journal of intelligence, security and public affairs) e diversi libri in italiano principalmente sulla filosofia della guerra, ha fondato uno dei principali portali filosofici italiani: Scuola Filosofica. E’ un appassionato scacchista e ha pubblicato diversi lavori di scacchi per il principale editore scacchistico italiano – Le Due Torri, per cui è anche il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. E’ il co-fondatore dell’associazione culturale Azione Filosofica.

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