Meglio le conoscenze-competenze o le conoscenze-verbali (proposizionali)?

Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre

Seconda parte dell’intervista al Prof. Giangiuseppe Pili. Ci chiediamo se sia meglio l’allenamento di abilità (skills) o l’insegnamento (educazione) di tematiche, quando è impellente l’esigenza di adattarsi al continuo cambiamento della realtà. Qual è la natura ultima dei valori sociali che, poi, determinano la natura stessa del mercato del lavoro?

Prof. Pili, può spiegare come si articolano le principali posizioni intellettualista e anti-intellettualista, di fronte al problema?

Oggi sussiste un grande, aperto dibattito sulla natura dell’educazione rispetto a quel che dovremmo insegnare all’università (e non solo). Per formulare il frame della domanda all’interno di questo tema: dobbiamo spingere sulle conoscenze-competenze oppure sulle conoscenze-verbali (proposizionali)? Ovvero, allenamento di abilità o insegnamento di tematiche? Al di fuori dell’Italia non c’è dubbio che l’allenamento di abilità (skills) sia predominante rispetto all’educazione per tematiche. Ad esempio, i miei insegnamenti erano “Research methods” e “intellingence analysis” e in entrambi i casi l’obiettivo era, almeno in parte, allenare molto più che educare. A mio avviso, l’errore è essere unilaterali: non è possibile insegnare tecniche ingegneristiche senza insegnare alcuni dei fondamenti della matematica. Non si può risolvere tutto con un set di skills ben acquisito per la banale ragione che esse sono competenze pur sempre limitate ai loro ambiti applicativi. La realtà è sempre stata e sempre sarà eccedente alle capacità mentali dei singoli esseri umani (e verosimilmente anche in blocco). Questo significa che bisogna mantenere la capacità di adattarsi alle modificazioni di un ambiente in continuo mutamento. Questa capacità di adattamento richiede, inevitabilmente, una visione d’insieme che nessun training di skills o abilities può dare. L’attuale avversione di certe posizioni che potremmo chiamare “intellettualistiche” si fonda su molte cause, ma una di esse è indubbiamente la percezione dell’inutilità di percorsi di studi completamente avulsi dalla realtà che determinano condizioni in cui gli studenti laureati non hanno alcuna competitività reale nel mondo del lavoro. Al di là del fatto che il sistema di assunzione è molto spesso del tutto insoddisfacente, rimane il dato concreto di evidenza di settori sociali che semplicemente si ignorano per reciproco interesse. E’ vero, l’inserimento nel mondo del lavoro è sempre stato difficile in ogni società e durante la nostra storia. Ma oggi noi impieghiamo mezzi e risorse per un’educazione che può protrarsi per anche 30 anni senza dare alcun risultato da un punto di vista di reale competitività con l’incredibile risultato di richiedere una sorta di permanente investimento di tempo e denaro per una formazione tecnica che sarebbe stata dovuta essere prevista sin dal principio del percorso almeno universitario! Questo genera inevitabilmente la necessità di “risultati concreti” che, appunto, sono le skills, tecniche, metodi e metodologie non a caso “buzzwords” nel mercato del lavoro contemporaneo e che, volgarizzati, diventano un attacco generale all’intellettuale – il quale, sia ben chiaro, ha avuto (e continua ad avere) enormi responsabilità in un panorama di un Paese la cui storia antica rimane più valorizzata di quella degli ultimi settant’anni!

Il know-how, secondo me, ha un valore maggiore anche in quanto chiama in causa una visione etica dell’agire rispetto al know–what, che si limita al saper cosa si debba fare, senza riferirsi a principi, valori o identità pregresse. Lei, prof. Pili, he ne pensa?

Voglio proporre un piccolo scenario immaginario. Supponiamo che esista un informatico che ha imparato ogni possibile tecnica informatica. Ciò è impossibile naturalmente, ma supponiamo che sia possibile. Cosa farà l’informatico delle sue tecniche? Ci sono tre possibilità: l’informatico sa cosa vuole fare, non sa cosa vuole fare o prende ordini. Se prende ordini, i valori dei suoi risultati dipenderanno solamente dalla natura dei suoi capi. Se invece non sa cosa vuol fare, quelle stesse tecniche saranno inutili. Se invece sa cosa vuol fare, il valore dei suoi risultati dipenderà materialmente dalle sue tecniche ma la bontà dei suoi sforzi saranno in funzione dei suoi valori indipendentemente dalle tecniche impiegate. Questo è il motivo per cui un certo tipo di filosofia, ispirata al marxismo e al post-modernismo, sostiene che la tecnica sia cieca e puramente neutrale cosa che, comunque, a mio avviso, non è sufficientemente precisa. Infatti, la natura delle tecniche imparate dall’informatico sono comunque rese possibili da una visione d’insieme della società che determina la natura dei problemi da risolvere attraverso bisogni condivisi. La questione più profonda è, allora, la natura ultima dei valori sociali che, poi, determinano la natura del mercato del lavoro. A mio avviso, il punto principale è il seguente: un lavoro, quale che sia, si fonda sulla precisa ragione di risolvere un bisogno sociale condiviso che la natura spontaneamente non risolve. Se la natura sapesse risolvere i problemi del mondo spontaneamente, il lavoro ipso facto sarebbe inutile. Adamo ed Eva infatti non lavoravano perché la natura forniva loro tutto quello che potevano desiderare (questa l’immagine del “paradiso terrestre”). Per tale ragione, un lavoro richiede tecniche, mezzi e esseri umani il cui ultimo risultato deve essere efficiente, ovvero la soluzione del problema. Veniamo pagati solo per questo! Il problema è, a mio avviso, che il mondo del lavoro e, più in generale, il contesto sociale non vede nell’efficienza un valore intrinseco del processo economico. Ovvero, si privilegiano molti altri tipi di valori all’interno di un processo la cui ultima ragione è la soluzione dei problemi della società mediante la trasformazione di valore per creare valore. Quindi, la conoscenza non è mai di per sé nemica dell’efficienza, come hanno notato grandi filosofi dell’età moderna!, ovvero di un periodo storico in cui la ricchezza diffusa era ben inferiore a quella attuale e, dunque, c’era un ottimo motivo per cercare soluzioni concrete ai problemi stringenti della vita che, all’epoca, potevano fare la differenza concreta tra la vita e la morte. Ora, senza discendere nel drammatico, il problema è tornare a pochi, ma importanti, dati di realtà in cui la conoscenza deve almeno in parte andare nella direzione di un mercato del lavoro che, se non vogliamo finire di imbarbarire, premia sempre di più la rapidità, determinazione e qualità rispetto ad ogni altro discorso. Non è una questione filosofica, ma di fare e, possibilmente, far bene.

Chi è Giangiuseppe Pili?
Giangiuseppe Pili (1986) è dottore in filosofia e scienze della mente (Ph.D.), è stato Assistant Professor in Intelligence Studies presso la School of Law and Government – Dublin City University (2018-2019). Oltre a numerose pubblicazioni su diverse riviste internazionali (Social Epistemology, International journal of intelligence, security and public affairs) e diversi libri in italiano principalmente sulla filosofia della guerra, ha fondato uno dei principali portali filosofici italiani: Scuola Filosofica. E’ un appassionato scacchista e ha pubblicato diversi lavori di scacchi per il principale editore scacchistico italiano – Le Due Torri, per cui è anche il responsabile della collana dei libri di Scuola Filosofica. E’ il co-fondatore dell’associazione culturale Azione Filosofica.

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