L’invidia più dolorosa: l’aporofobia

Secondo il padre gesuita Giovanni Cucciil crescente individualismo rappresenta oggi la minaccia più grave alla qualità della vita proprio perché, erodendo il capitale sociale, genera sfiducia, spinge le persone a ripiegarsi su di sé, accrescendo il senso di malessere e di solitudine” e “accentuando abitudini di­struttive”. Tra queste cresce sempre di più l’invidia che però va assumendo forme diverse, come vedremo.

Secondo una ricerca pubblicata su Sciences Advances, tra i quattro fenotipi (cioè personalità di base) in cui possiamo dividere la popolazione, cioè pessimisti, ottimisti, fiduciosi e invidiosi, questi ultimi sono la grande maggioranza. Questa è una indicazione utile che può chiarire anche le dinamiche, spesso tutt’altro che razionali, che in molti casi stanno alla base della gestione delle imprese e delle diverse organizzazioni sociali.

C’è anche chi ha cercato di capire, come Hidehiko Takahashi, professore presso l’Istituto di Scienze Radiologiche di Inage-ku in Giappone, come ci si sente quando si prova il sentimento di invidia. Secondo il ricercatore, l’invidia provoca un dolore fisico simile a quello di una bruciatura a un dito o una slogatura a una caviglia. Una analisi neuro scientifica, conferma l’aumento dell’attività nella corteccia cingolata anteriore dorsale, che è proprio l’area che si mette in funzione quando si prova dolore fisico.

Al contrario, quando un invidioso è in presenza del dolore degli altri, prova un piacere assimilabile a una notte d’amore o al momento in cui può gustare una tavoletta di cioccolato. Anche questa sensazione è stata confermata da una risonanza magnetica che ha rilevato una eccitazione dello striato ventriale, cioè quel circuito della ricompensa del cervello, associato in genere all’appagamento che proviene dallo sport, da sesso o droghe!

Questo perverso sentimento ha un nome preciso, che ha trovato nella lingua tedesca (chissà perché) una definizione universalmente adottata e cioè “schadenfreude”. In altri termini, una gioia (in genere non confessabile pubblicamente), nel vedere gli altri che stanno soffrendo. Sentimento assai contiguo al sadismo.

Ma, tornando all’invidia, negli ultimi anni si sta sempre più sviluppando da parte delle persone un sentimento che abbiamo sentito pronunciare dal prof. Stefano Zamagni, uno dei più attenti studiosi dell’economia civile. Questa parola, questa volta di origine greca, è aporofobia e significa “disprezzo dei poveri”.

Si tratta di un sentimento piuttosto nuovo, che si concretizza in una sorda invidia, che diventa odio, nel confronto degli ultimi e si manifesta con la palese insofferenza verso chi, dal basso cerca di trovare delle soluzioni per far fronte alla povertà, allo sfruttamento, alle migrazioni, al bisogno di un futuro che dia qualche garanzia in più per una vita normale.

Esempio di invidia aforofobica: “Vedi un emigrato con un cellulare e scatta subito in te una rabbiosa reazione perché anche lui possiede un oggetto che per te rappresenta uno status symbol (per lui un mezzo di sopravvivenza) e quindi ti senti quasi umiliato, oltraggiato.

Il dolore che provi in questa circostanza, probabilmente, è molto superiore a quello che proveresti vedendo una persona ricca che viaggia su una Ferrari da 300.000 euro, perché è una cosa che ormai dai per scontata”.

Zamagni, infatti, sostiene quanto segue: “L’aporofobia non è un sentimento che nasce, come accadeva una volta, ai piani alti della società. Non siamo di fronte allo scontro classico tra chi sta molto bene e chi sta male. La guerra sociale oggi è stata scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi, perché le élite e i ricchi non hanno nulla da temere dalle politiche redistributive di cui parlano i governi. Da noi, in Italia e nell’Occidente, semmai è la classe media ad essere tornata indietro”.

Come non essere d’accordo?

Una risposta a "L’invidia più dolorosa: l’aporofobia"

  1. http://bimbopedia.org/ gennaio 25, 2020 / 12:25 PM

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