Dal welfare aziendale alle Società Benefit

Analizzando gli interventi di welfare aziendale da parte delle imprese, si comprende come essi siano importanti e utili dal momento che lo Stato non è in grado di offrire dei servizi – ad esempio, gli asili nido – (oppure lo fa in modo parziale e insoddisfacente) e come sia opportuno che per questa attività le imprese possano usufruire di un meccanismo parziale di detassazione.

Accanto a questa considerazione, ci sono però alcune altre valutazioni che vanno fatte. Riprendiamo una chiara slide del prof. Piercarlo Maggiolini, proiettata in un recente intervento su “Sostenibilità e responsabilità sociale”.

I limiti del welfare aziendale

Il welfare aziendale beneficia esclusivamente le persone che lavorano all’interno dell’azienda. Gli altri, come ovvio, possono fruire di tali servizi solo attraverso lo Stato, che li eroga sostenendo i costi grazie al pagamento delle tasse. Ragion per cui, una minore tassazione per le imprese che svolgono funzioni di welfare provoca allo Stato una ridotta entrata che non è poi così irrilevante. Basti pensare che nel 2016 è arrivata a toccare gli 810 milioni di euro.

Piercarlo Maggiolini

Altro aspetto da non sottovalutare è che attraverso la decontribuzione, cioè la riduzione dei contributi previdenziali e assistenziali relativi alle retribuzione dei lavoratori, avviene uno scambio fra i benefici di cui oggi si può usufruire, rispetto a quelli previsti in futuro, come la pensione.

Si introduce, quindi, con questo sistema una logica di breve periodo, che non tiene conto di esigenze previdenziali di lungo respiro. Oltretutto, se il welfare aziendale non viene concordato, assume una forma “paternalistica”, una gentile concessione dall’alto (beneficio octroyée).

Il valore condiviso di Porter e Kramer

A questo punto, il prof. Maggiolini ha introdotto il concetto di valore condiviso, teorizzato da Porter e Kramer. Secondo questa idea, le imprese possono creare opportunità di condivisione del valore sociale creato, non ridistribuendo i profitti o devolvendoli a determinate cause sociali, ma riutilizzandoli per fornire all’impresa gli strumenti e le conoscenze per migliorare la propria condizione e creare valore essa stessa.

La proposta, che gli autori definiscono “circolo virtuoso del valore condiviso”, parte dall’idea che, in base all’aumento del valore in una delle aree in cui operano (economica, sociale, ambientale), si creino delle opportunità anche nelle altre, vale a dire la soddisfazione di nuovi bisogni, l’aumento dell’efficienza, la differenziazione, l’espansione dei mercati.

Non si tratta quindi di “charity”, cioè di donazioni effettuate dall’impresa per pulirsi la coscienza, né di responsabilità sociale o sostenibilità, ma solo un modo diverso per raggiungere il successo economico.

Un’altra delle critiche rivolte a Porter e Kramer è che non abbiano tenuto in considerazione l’introduzione della legislazione sulle Benefit Corporations, imprese che perseguono oltre al fine di lucro anche obiettivi sociali, avvenuta nel 2010 negli Usa e in Italia, sotto altra forma, nel 2016 (Legge di stabilità).

Nel panorama internazionale, l’Italia è il secondo paese, dopo gli Stati Uniti, ad aver introdotto una disciplina giuridica per questa forma organizzativa, la cui peculiarità consiste nel combinare lo scopo di lucro di una qualsiasi società commerciale con uno o più obiettivi di natura ambientale o sociale.

Differenza tra Benefit Corporation e Società Benefit

Le Benefit Corporation sono aziende che volontariamente si sono sottoposte a elevati standard di valutazione al fine di certificare il proprio impatto sulla società, sull’ambiente, sul territorio. Nascono in risposta a problemi giudiziari avanzati dagli azionisti che si ritenevano meno remunerati dal momento che le aziende utilizzavano quota parte dei loro profitti per sostenere iniziative di welfare aziendale o interventi di sostenibilità ambientale. Con le Benefit Corp. lo statuto viene modificato, prevedendo, accanto all’obiettivo del profitto, anche quello di utilità sociale.

Le Società Benefit sono, invece, una soluzione tipicamente italiana e rappresentano una figura di impresa, per così dire, a cavallo tra impresa sociale (nate nel 2006) e impresa capitalistica vera e propria. Al momento della loro costituzione – o trasformazione – rinunciano a qualsiasi beneficio fiscale per interventi di welfare e indicano nello statuto la volontà di perseguire contemporaneamente finalità lucrative e benefiche.

Chiariamo il concetto riportando la definizione precisa di queste imprese: “Nell’esercizio di una attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse”; allo scopo di divisione degli utili, il legislatore affianca la “finalità di beneficio comune”; divisione degli utili e beneficio comune che devono essere perseguiti mediante una gestione volta al loro bilanciamento.

Prospettive future: cresce il capitale reputazionale

L’introduzione delle Società Benefit è un passo avanti importante anche se ancora poco praticato. Mentre nel recente passato la responsabilità sociale di impresa era declinata solo in negativo (non inquinare, non sfruttare, non evadere, ecc.), oggi, dando per scontati questi comportamenti (anche se purtroppo non sempre è così), la responsabilità civile viene declinata in positivo e le imprese si impegnano a fare di più.

In questo modo, diventa sempre più importante accanto al capitale fisico (macchine, strumenti, brevetti, ecc.) e a quello umano (persone, know-how, ecc.), anche quello reputazionale.

Piercarlo Maggiolini è autore, insieme a Sebastiano di Guardo e Norberto Patrignani, del volume “Etica e responsabilità sociale delle tecnologie dell’informazione”, 2010, Franco Angeli editore.

3 risposte a "Dal welfare aziendale alle Società Benefit"

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