L’educazione all’etica. Intervista a Piercarlo Maggiolini (3)

Daniel Goleman

Abbiamo rivolto alcune domande al prof. Piercarlo Maggiolini, docente al Politecnico di Milano presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale.

Più che di formazione/insegnamento dell’etica bisogna parlare di educazione all’etica

L’Unesco qualche anno fa ha individuato i quattro pilastri, le quattro finalità, dell’educazione: imparare a conoscere, a fare, a vivere insieme, ad essere. Non c’è dubbio che l’educazione tradizionale all’etica si sia limitata sostanzialmente alla prima finalità, tra l’altro secondo un modo di intendere il “conoscere” oggettivamente molto riduttivo. È invece evidente che l’educazione all’etica deve coinvolgere anche, direi soprattutto, le altre finalità e soprattutto quella dell’imparare a vivere insieme e ad essere.

La conoscenza per connaturalità e per conoscenza mimetica

E allora, come Augusto Carena stesso afferma, bisogna trovare altre vie e modalità alla formazione sull’etica. Ed è quello che anch’io, nel mio piccolo, ho tentato di fare nei miei corsi di etica applicata alla tecnologia e al business che tengo da quindici anni al Politecnico di Milano. Potrei riassumere queste altre vie e modalità dicendo che ho puntato (anche) sulla conoscenza per connaturalità e sulla conoscenza mimetica. Sono due modalità di conoscere non necessariamente distinte, nel concreto.

La conoscenza per connaturalità allude ad una conoscenza di tipo intuitivo, esperienziale, esistenziale, direi affettiva (cordiale: “par coeur”, dirà Pascal) evidenziata da un filone di pensiero filosofico che parte, fondamentalmente, da Tommaso d’Acquino, passa attraverso Pascal (e la sua nota distinzione fra “esprit de géometrie” e “esprit de finesse”), arriva a filosofi come Bergson e Blondel, ripreso approfonditamente da Maritain, per non parlare – per certi aspetti – di Husserl e della fenomenologia (Husserl: “Basta con le vuote analisi verbali! Dobbiamo interrogare le cose stesse. Torniamo all’esperienza, all’intuizione che sole possono dare un senso e una legittimità razionale alle nostre parole”) fino, in qualche modo, estendersi a psicologi come Goleman e alla sua “intelligenza emotiva”.

Questo tipo di conoscenza è stata contrapposta alla conoscenza puramente razionale, “scientifica”, analitica, soprattutto a partire dal Cartesio, creando una rottura in qualche modo “artificiale”. Pascal stesso contrappone nettamente le due forme di conoscenza. Lo “spirito di geometria”, o “spirito matematico”, designa la ragione dei moderni, così come Cartesio l’aveva delineata, cioè incentrata sugli attributi della chiarezza e distinzione, tipici delle dimostrazioni matematiche. Lo strumento di tale spirito è l’intelletto raziocinante, che analizza e suddivide il mondo della natura, esterno all’uomo. Lo “spirito di finezza” allude, invece, a quell’intuizione della realtà che si ottiene non attraverso la ragione scientifica, ma attraverso il “cuore”, svalutato dalla moderna scienza d’impostazione cartesiana. Più in particolare, la matematica si serve di lunghe catene dimostrative e di principi lontani dal senso comune, mentre lo spirito di finezza si fonda sul sentimento e sull’intuizione. Da notare che, giustamente, Pascal considera il sentimento non come una facoltà irrazionale, ma come la capacità di cogliere l’oggetto immediatamente, nella sua unità e integrità.

Per riassumere, la conoscenza per connaturalità è caratterizzata dal ruolo determinante dell’elemento “affettivo” come modalità di conoscenza. E il primo e più importante ambito della conoscenza per connaturalità, sin dalla concezione che ne aveva Tommaso d’Acquino, è quello dei giudizi pratici della vita morale.

L’intelligenza emotiva

Oggi però c’è la consapevolezza che la dissociazione fra la parte intuitiva e la parte analitica, riflessiva, dell’intelligenza umana non può essere assoluta perché è proprio dell’intelligenza umana unire questi due aspetti negli atti intellettuali. Si arriva così alla ormai ben nota “intelligenza emotiva”, fondamentale proprio ai fini di un reale apprendimento, in particolare nel campo dell’etica.

Prendo di peso quanto dice Wikipedia (sempre comoda!) in proposito. L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni.

L’apprendimento inteso solo come processo statico, legato ad esempio a frasi dette da un relatore o alle parole scritte in un libro diventa insufficiente perché legato solamente al piano cognitivo-astratto rimanendo così slegato dal contatto con la realtà e dall’esperienza diretta.

L’apprendimento va considerato come un processo globale che incorpora anche le emozioni positive o negative che proviamo anche inconsapevolmente. Attraverso le situazioni emotivamente coinvolgenti l’apprendimento risulta non solo più piacevole ma anche più efficace e diventa quindi indispensabile in un’ottica di apprendimento globale considerare anche l’aspetto emozionale. Nella costruzione di un percorso di apprendimento il fattore emozionale va quindi considerato come un componente indispensabile all’apprendimento stesso e si può quindi affermare che senza emozione
non ci sia apprendimento.

Leggi la 1° parte dell’intervista
Leggi la 2° parte dell’intervista
Leggi la 4° parte dell’intervista

3 risposte a "L’educazione all’etica. Intervista a Piercarlo Maggiolini (3)"

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