L’etica va testimoniata. Intervista a Piercarlo Maggiolini (4)

Abbiamo rivolto alcune domande al prof. Piercarlo Maggiolini, docente al Politecnico di Milano presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale.

L’etica va testimoniata. Dalla conoscenza mimetica alla testimonianza.

E veniamo alla conoscenza mimetica, su cui hanno riflettuto filosofi, psicologi, antropologi potremmo dire da Platone a René Girard. Per Platone “mimesis” è sinonimo, per certi aspetti, di educazione! Ma possiamo aggiungere gente come Nonaka e Takeuchi e alla loro distinzione fra conoscenza tacita ed esplicita, laddove la conoscenza tacita viene trasmessa per via esperienziale, “mimetica”.

Come sappiamo, in larga misura l’apprendimento culturale (nel senso antropologico del termine) è un apprendimento mimetico (per imitazione, adattativa, letteralmente “copiando”), ed è essenziale in numerosi processi di apprendimento. Restando al campo filosofico, possiamo fare riferimento ad Adorno, secondo il quale il conoscere, tradizionalmente, è stato per lo più inteso come tentativo di riportare l’ignoto al noto: in questa direzione è possibile affermare che la mente elabora i propri costrutti e i propri contenuti mediante una ‘dialettica del riconoscimento’, il riconoscimento dell’identico nel diverso, del simile nel dissimile, dell’uno nel molteplice. Adorno individua nel conoscere due componenti, una di carattere logico-discorsivo, il concettuale, e una di carattere mimetico, non-concettuale, che costituisce la modalità con cui vengono colti e poi portati alla coscienza elementi di carattere fenomenico-qualitativo. La componente logica e quella mimetica sono due modalità conoscitive distinte, ma non reciprocamente indifferenti e completamente indipendenti. La conoscenza che espelle la mimesi non riesce più a cogliere l’esperienza nel suo complesso.

La proposta di Carena di fare ricorso da un lato al gioco e dall’altro alla conversazione per formare sull’etica si collocano pienamente nell’ambito della trasmissione della conoscenza per connaturalità e per mimesis. Il fatto è che in una classe universitaria, in cui si trovano numerosi studenti con poca o nessuna “esperienza” dei temi oggetto delle lezioni, è difficile se non impossibile, per ragioni pratiche o di insufficiente background, ricorrere al gioco e alla conversazione.

E allora come ho risolto (tentato di risolvere) il problema dell’”educazione all’etica” (finalizzata anche e soprattutto al saper vivere insieme e ad essere)?

Ho fatto massiccio ricorso a “testimoni”. Anche gli esperti che intervengono nei miei corsi sono, devono essere, anche testimoni. Nel testimone (ma ogni docente, se è vero maestro, è testimone perché, come è stato detto, prima di insegnare ciò che sa, insegna ciò che è, o se vogliamo insegna ciò che sa, rendendolo credibile tramite ciò che è) il contenuto trasmesso e il medium davvero coincidono!

Mi spiego con degli esempi. Come si può “educare” sulla corruzione? Tento di farlo certo chiamando un avvocato che spieghi la normativa vigente in Italia, ma è un avvocato che ha lunga esperienza nella difesa di gente (importante) accusata di corruzione (o concussione), che entra nel vivo delle esperienze concrete che ha dovuto trattare (coi “drammi” relativi, che assumono a volte i tratti della “commedia”: casi di corruzione ad esempio, con una telecamera, un televisore, un video registratore, una bicicletta, una borsa di studio per la moglie del funzionario pubblico corrotto, un completo per scrivania in pelle, un computer, etc., per non parlare ovviamente di vacanze, finanziamenti di viaggi, convegni…). Ma chiamo anche un importante immobiliarista che spiega come lui riesce a “resistere” ai tentativi e opportunità di corruzione, spiegando in concreto le ragioni che alimentano la corruzione, in una realtà come è quella di Milano, e le “strategie” adottate per farvi fronte. Ma anche il “prezzo” che un imprenditore paga in termini di difficoltà, lungaggini, ostacoli. Il tutto però per – come lui dice – “restare umani”!

E sulla sicurezza sul lavoro, assieme al responsabile di tale funzione in una grande impresa, che ha passato la vita a occuparsi di queste cose, e “crede” nella loro importanza, chiamo un giudice del lavoro che racconta i numerosi casi di cui si è occupato, mostrando la miopia, l’autentica “stupidità” imprenditoriale, per non parlare dell’”avidità”, che sono alla radice dell’insicurezza sul lavoro.

E, di fronte all’evidente degenerazione morale di molte sedicenti cooperative, chiamo un dirigente di una cooperativa che esiste da più di 80 anni in un contesto difficile, per spiegare come riesce la sua cooperativa con più di 2000 soci a resistere, anzi a svilupparsi, restando socialmente responsabili e fedeli ai principi cooperativistici. E chiamo un piccolo imprenditore (del Centro Italia) che spiega come ha fatto e fa fronte alle crisi senza mai licenziare (né ricorrere alla cassa integrazione), come sia essenziale per lui la condivisione di un comune ethos imprenditoriale nell’ambito del territorio di piccole imprese in cui vive, l’importanza che ha per lui (e i suoi “collaboratori”) che “al mercato” della cittadina in cui vive parlino bene di lui e della sua impresa, etc. E così via.

E ho potuto costatare che sono queste le cose che gli studenti hanno veramente “capito”, ricordano (nel senso etimologico del termine: ri-cordano, portano al cuore), hanno appreso, più per connaturalità e mimesis che per ragionamento, che è, in fondo, quel che davvero ci interessa.

Leggi la 1° parte dell’intervista
Leggi la 2° parte dell’intervista
Leggi la 3° parte dell’intervista

3 risposte a "L’etica va testimoniata. Intervista a Piercarlo Maggiolini (4)"

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