I geni che sono in noi

Robert Plomin

Robert Plomin è uno psicologo che ha svolto numerosi studi, soprattutto sui gemelli e sulle grandi scoperte della genetica comportamentale. Un suo recente libro “L’impronta genetica. Come il DNA ci rende quello che siamo”, Raffaello Cortina, Milano, euro 18,70, ha creato non poche reazioni negative.

L’autore sostiene che i geni che compongono il nostro DNA sono correlati in modo statisticamente significativo con il nostro comportamento futuro. In altri termini, le ricerche di Plomin porterebbero alla conclusione che l’ereditarietà del patrimonio genetico che abbiamo avuto in dote dalla nascita è importante e più determinante per quanto riguarda il nostro futuro che i fattori sociali (famiglia d’origine, classe economica, educazione, religione, cultura, nazionalità, ecc.).

Facile intuire che questa sua posizione si sia prestata subito a critiche da parte di coloro che pensano con orrore ai guasti causati da certe pratiche razziste di eugenetica del passato, riesumando tragiche immagini di campi di concentramento, persone malate eliminate fisicamente, accoppiamenti mirati al perfezionamento della razza, e via delirando.

Il discorso però è un altro. Se esiste la possibilità di intervenire con strumenti biotecnologici su geni, diciamo così problematici, per evitare che si diffondano nelle generazioni future, perché non farlo? In altri termini, se fosse possibile scoprire che in un corredo genomico vi sono geni che potrebbero portare a una malattia ereditaria incurabile, dovrebbe essere eticamente giusto manipolare il DNA per evitare che la malattia possa essere trasmessa. Qui la genetica non avrebbe funzioni selettive ma preventive e terapeutiche.

E’ chiaro, poi, che bisogna evitare qualsiasi uso scorretto del DNA, a cominciare naturalmente dalla manipolazione dei geni per qualsiasi altro fine. Senza dimenticare che la nuova disponibilità di metodi a buon mercato e non invasivi per misurare il DNA delle persone solleva difficili questioni etiche su chi dovrebbe avere accesso all’inevitabile afflusso di dati genetici (la polizia, le grandi imprese per il loro lavoro di marketing?)

In ogni caso, il futuro delle persone non può certo essere determinato solo dal DNA e dalle differenze genetiche, ma, come la vita ci conferma spesso, nemmeno soltanto dalle differenze sociali, economiche, educative, culturali, ecc. C’entrano anche aspetti imprevedibili, e persino il caso, la fortuna, ci può mettere lo zampino.

Qualcuno ricorderà la ricerca effettuata nel 2010 da tre professori dell’Università di Catania (Alessandro Pluchino, Alessio Emanuele Biondo e Andrea Rapisarda), premiati con l’Ig-Nobel, per monitorare il successo di mille individui nel corso della loro carriera durata 40 anni. Il risultato è stato sconvolgente: “E’ vero che ci vuole talento nella vita, ma quasi mai le persone che hanno più talento raggiungono le vette più alte di successo, essendo sorpassati da individui mediocri ma più fortunati”.

Forse non aveva torto Goethe quando ironicamente diceva: “Peccato che la natura abbia fatto di te soltanto un uomo, perché c’era la stoffa per fare di te una persona di valore ed anche un mascalzone”.

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