Creare una cultura del feedback, seconda parte: impariamo a chiederli

Nel precedente articolo ci siamo soffermati su un esperimento che ha coinvolto un certo numero di persone, più o meno costrette a dare e ricevere dei feedback, dopo essere state sottoposte a un particolare test. Oltre a verificare che tutti i partecipanti, in misure diverse, avevano riscontrato delle alterazioni piuttosto significative nella frequenza cardiaca, si è notato che chi doveva dare dei feedback faceva di tutto per apparire amichevole, pur avvertendo un certo disagio, e sfoggiava quelli che i ricercatori hanno definito “brettle smiles” (sorrisi fragili o forzati).

La conclusione è piuttosto intuitiva. Le persone, quando vengono obbligate a dare giudizi o valutazioni, cercano di rispettare anzitutto la “cultura della gentilezza”, anche se vogliono parlare ed agire in modo schietto, sincero, e compensano questa apparente contraddizione sorridendo troppo o mostrandosi eccessivamente positivi nei loro interventi.

Bisogna considerare, a questo proposito, che l’uomo adatta i propri comportamenti e le proprie decisioni seguendo impulsi sociali destinati a creare consenso. Quando chiacchieriamo al lavoro con colleghi, anche se non li stimiamo troppo, non potendo evitarli, cerchiamo di esprimerci in modo educato, che può apparire amichevole, anche se in realtà non lo è.

Che effetto ha un feedback su di noi?

Quando dobbiamo relazionarci con un superiore che sta cercando di fornire un feedback sul nostro lavoro, assumiamo istintivamente un atteggiamento di chiusura e al nostro interno si mette in movimento una reazione di difesa pregiudiziale che interpreta in chiave negativa qualsiasi gesto o sguardo dell’interlocutore e, se ipotizziamo che possa risultare ostile o preludere a un’eventuale critica, lo interpretiamo alla stregua di una questione di vita o di morte.

Non è un’esagerazione. I neuroscienziati, che conducono scansioni cerebrali a persone esposte a minacce sociali, anche quelle relative a feedback, hanno rilevato che si attivano le stesse reazioni di quando vengono esposte a minacce fisiche. E anche i nostri corpi reagiscono, bene o male, allo stesso modo: i nostri visi arrossiscono, il cuore batte con maggiore frequenza e il nostro cervello si chiude. Sotto certi aspetti, non c’è nessuna differenza se ci troviamo davanti a una persona di cui in qualche modo temiamo le reazioni o a un leone nella giungla che ci guarda in modo feroce. In entrambi i casi in noi si attiva una sola risposta: il desiderio di fuga.

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