Alibi etici. Un contributo di Claudio Antonelli

Ci siamo occupati in passato di etica, affrontando un tema tanto spinoso da diversi punti di vista. Ora pubblichiamo un contributo, decisamente più pragmatico, di Claudio Antonelli, Presidente PIU’ – Professioni Intellettuali Unite e Docente di Etica della Professione al Politecnico di Milano.

Nonostante si faccia un gran parlare di etica e onestà, i comportamenti scorretti sono assai diffusi e non sembrano provocare grossi sensi di colpa in chi li pratica. Come mai?
Il fatto è che esistono meccanismi mentali che permettono all’individuo di restare in pace con la propria coscienza anche quando pone in atto comportamenti contrari ai principi di riferimento dichiarati.

Si tratta di una sorta di “anestesia della coscienza”. Cioè si genera una separazione tra comportamento e giudizio morale, per cui si adottano azioni disdicevoli senza che ad esse si associno sentimenti di vergogna.

E’ necessario conoscere questi meccanismi di alibi auto-assolutori, individuarli quando vengono messi in atto e smascherarne il ruolo mistificante.

A scopo esemplificativo, e con taglio divulgativo, indichiamo alcuni alibi mentali, che abbiamo individuato ispirandoci e rielaborando liberamente il lavoro di Albert Bandura, un esperto che ha studiato i diversi meccanismi di “disimpegno etico” (Sul nostro blog, potrete trovare l’intervista, in due parti, che abbiamo fatto a Riccardo Mazzeo, traduttore di numerosi saggi di Albert Bandura)

Disimpegno morale
“Se gonfio le voci di bilancio per evitare il fallimento dell’impresa e per mantenere posti di lavoro non sono biasimevole”. Questo è uno degli alibi mentali più diffusi. L’individuo sostiene che se avesse operato in maniera corretta, i danni sarebbero stati più gravi e quindi ritiene di non essere criticabile.

A mia insaputa
“Non sono io che ho evaso le tasse. E’ stato il mio commercialista che l’ha fatto a mia insaputa. Io delego tutto e non sono responsabile”. Questo alibi di “slittamento della responsabilità” permette alle persone di giustificare azioni che pubblicamente ripudiano, con la scusa che delegano altri a fare il lavoro sporco e non si sentono direttamente responsabili.

Così fan tutti
Con la tecnica della diluizione di responsabilità, il singolo sa di essere in torto ma trova rifugio nell’anonimato della folla di tutti quelli che compiono la stessa manchevolezza. Secondo questa logica non avrebbe senso biasimare il singolo che elude una norma, quando molti altri fanno lo stesso. Anzi, egli si sente totalmente giustificato da altre scorrettezze più gravi e pensa: “Il mio privilegio è un abuso tollerabile di fronte a molti altri di maggiore portata”. Così fan tutti … e così il malcostume dilaga.

Le buone intenzioni
“La mia azione era finalizzata a un’intenzione buona e quindi il giudizio non può che essere assolutorio; purtroppo ci sono state delle implicazioni spiacevoli, ma questo non è un problema mio”.
Max Weber ha evidenziato la distinzione tra:

  • L’etica della Intenzione, che considera la motivazione ispiratrice, in coscienza, come criterio unico per giudicare i comportamenti come apprezzabili oppure deplorevoli.
  • L’etica della Responsabilità, invece, che valuta il comportamento considerando gli effetti generati come conseguenze, anche oltre il risultato diretto.

In realtà, l’etica dell’intenzione e l’etica della responsabilità possono/devono viaggiare insieme. L’intenzione che supera la realtà esistente è la molla dell’innovazione e del progresso. Per tradursi in pratica virtuosa, l’intenzione deve essere integrata dal senso di responsabilità che coniuga fini, mezzi e conseguenze dell’agire.

Si fa ma non si dice

Claudio Antonelli

Un’etica dichiarata e sbandierata in pubblico è sempre un ottimo alibi per praticarne un’altra in privato. Basta non dirlo. Ci si giustifica sostenendo che l’opacità è una forma di tutela della propria privacy e di riguardo per non offendere la sensibilità dell’opinione pubblica. E’ una scusa molto comoda e a volte funziona. Ma quando si scopre l’ipocrisia, la reputazione precipita in fondo al burrone. E alla mattina, quando ci guardiamo allo specchio, che faccia vediamo?

Memoria corta
“Molta gente deve la coscienza tranquilla alla propria memoria debole” (Godfried Bomans). Si verifica una “anestesia della coscienza” che è causata da condizionamenti psicologici, sociali e culturali mirati alla protezione dell’autoimmagine. E’ una rimozione tesa ad evitare di dare un giudizio esplicito su se stessi.

Al termine di questa carrellata, concludiamo con l’invito a porre attenzione nello scoprire tutti i meccanismi psicologici di alibi, a mettere in atto azioni di prevenzione per non entrare in un labirinto da cui è difficile uscire.

Nel prossimo articolo, l’autore fornirà alcuni suggerimenti per proteggersi dai comportamenti poco etici dei soliti “furbetti”. Per approfondire il tema, è possibile anche leggere il libro scritto da Claudio Antonelli e intitolato “Etica: pane quotidiano”, edizioni Franco Angeli, pag.122, 18 euro.

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