Alla ricerca del tempo perduto in azienda

Primo Levi

Qui, non c’entra Proust. O, forse, sì. Quello che proponiamo e che ci sembra adeguato in questi giorni in cui si respira aria di festa ma anche di riflessione – almeno per coloro ai quali resta un po’ di rispetto per le proprie masse neuronali – è un piccolo esame di coscienza da parte di chi lavora nell’ambito di certe organizzazioni in relazione al suo rapporto con il tempo.

Qui voglio soffermarmi proprio sul fatto che in certi casi la perdita di tempo in azienda, diventa un comportamento che, dal vertice alla base, assume aspetti rituali, complice, quasi, un tacito nascondimento della nostra esistenza lavorativa in rivoli insignificanti, irrazionali, anodini con lo scopo di ingannare il tempo, ma, forse, in concreto con la voglia di lasciarsi andare verso un “cupio dissolvi lavorativo”, una lunga e inutile pausa della nostra razionalità e della nostra volontà. Per scherzare – siccome forse non si tratta di una dissoluzione completa del tempo della nostra esistenza – io lo chiamerei beffardamente un “semicupio dissolvi” lavorativo.

Il “cazzeggio” non c’entra

Chiariamo i termini. Non voglio parlare delle pause (tollerate o meno) che le persone si prendono durante il lavoro. Quel “cazzeggio”, qualche volta persino utile se favorisce la distensione del clima aziendale e la nascita di idee “fuori dal coro”, alternative, innovative, che si fa per “staccare”, tirare “il fiato” e riprendere poi a lavorare con maggiore lena.

No. Sto parlando di un altro tipo di perdita di tempo in azienda, quello cupo e drammatico di quando ci si invischia nelle volute d’un sistema burocratico cieco, o ci si infila dentro ad “attività vuote, dettate da sadismi organizzativi e non correlate all’efficienza”? Abbiamo usato tra virgolette le parole assolutamente precise – taglienti, quasi – di un grande psico-socioanalista, Giuseppe Varchetta che in un libretto prezioso (per me un livre de chevet), intitolato “Ascoltando Primo Levi”, rievoca il pensiero del grande scrittore torinese e si sofferma sulla differenza fatale tra chrónos e kairós.

Sulla strada di Levi, Varchetta suggerisce la necessità che tutti coloro che lavorano possano ritrovare un tempo amico (kairós) – in contrapposizione con un tempo “ottuso” – “capace di darci occasioni di sviluppo e di profonda felicità lavorativa” e auspica “nuovi stili di equilibri intrapsichici, una nuova strategia perché l’esperienza di lavoro e la relazione profonda di ognuno col proprio sé, sia meno una rinuncia alla creazione e all’irruzione dell’imprevisto, e più una costruzione coerente con le potenzialità dettate dalla nostra autorganizzazione”.

Ma su questo tema avremo modo di soffermarci ancora.

2 risposte a "Alla ricerca del tempo perduto in azienda"

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