Coronavirus: Divide et Risana

In genere siamo portati a pensare che i comportamenti etici riguardino sempre e solo il bene degli altri e che quindi solo alcune persone (più generose e nobili di altre) possano praticarli. In questo modo, si pensa che l’etica sia quasi impossibile per le persone normali e si viene a creare nei confronti dell’etica una istintiva antipatia che, in certi casi, può anche trasformarsi in imbarazzo o senso di colpa.

Oggi ci troviamo di fronte a un’emergenza etica di nuovo tipo, la necessità di ridurre il contagio da Coronavirus, e alle persone vengono richiesti comportamenti che paradossalmente, a prima vista, sembrano spingere verso forme opposte ed esasperate di individualismo o familismo (stare in casa, isolarsi, non avere contatti fisici con le altre persone) ma, al contrario, hanno lo scopo prioritario di prevenire la diffusione del contagio.

Questa situazione ci costringe a un comportamento individualista che però diventa un modo per prendersi cura di sé e degli altri. Con questo comportamento ad absurdum ognuno di noi – attraverso un sacrificio tutto sommato non troppo impegnativo perché muove da originari sentimenti egoistici – può prendere coscienza dell’origine relazionale della natura umana e può meglio capire che cercando di porre attenzione agli altri, non esponendoli a rischi di contagio, evita anche a se stesso tali rischi.

Quindi, si arriva all’assurdo (e il Coronavirus, pur nella drammaticità dell’epidemia,  può essere un positivo insegnamento in tal senso) che la massima latina “Divide et Impera”, secondo cui il migliore espediente di un’autorità qualsiasi per controllare e governare un popolo è dividerlo, provocando rivalità e fomentando discordie, qui assume una interpretazione esattamente opposta e si potrebbe definire, come abbiamo fatto nel titolo “Divide et Risana!”. E dividere il popolo può servire, non solo a salvarlo dalla pandemia, ma anche ad unirlo, almeno idealmente. Ma sarà così?

Quando tutto sarà passato,  chissà se ci renderemo conto, come dice Vito Mancuso nel suo bel libro “La forza di essere migliori”, che “la nostra vita non è solo nostra, e che la nostra realizzazione si compie mediante la relazione con altri, che il nostro io si nutre dei rapporti con tanti tu capaci insieme di generare il noi; che la nostra individualità insomma fiorisce tanto più quanto più è immersa nella comunione”.

Oppure saremo più divisi di prima?

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