Stefano Zamagni (2): i 5 punti qualificanti di un progetto trasformativo

Ecco la seconda parte dell’intervento del professor Stefano Zamagni. Chi volesse consultare il testo integrale può farlo cliccando direttamente qui.

Quali sono i punti qualificanti di un progetto trasformativo?

Ne indico cinque, non certo perché siano gli unici, ma perché ritengo siano quelli più urgenti. Comincio dalla deburocratizzazione.

1. Deburocratizzare
Il grande sociologo Max Weber (sosteneva): “Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione, mantenendo segrete le sue informazioni e le su intenzioni”.
In realtà basterebbe disboscare la normativa (oltre 160.000 sono le norme tuttora vigenti in Italia; 7000 in Germania!); selezionare secondo il criterio di meritorietà i capi, anziché nominarli in base alle simpatie politiche; dotare gli uffici delle tecnologie adeguate onde accrescere la produttività; liberare la burocrazia da vincoli esterni inutili o dannosi e rafforzarla al proprio interno con adeguati schemi di incentivo.

2. Stato facilitatore non imprenditore
Guardando dunque oltre l’emergenza, è necessario scongiurare il rischio di un ritorno, sia pure in forme nuove, del neo-statalismo: è questo un secondo punto qualificante della strategia trasformazionale. (Statalismo non è statualità).
Lo Stato facilitatore e non già imprenditore – espressione quest’ultima che dice di una contraddizione in termini – deve operare per creare le condizioni affinché imprese private e enti di Terzo Settore possano librarsi con le loro ali, senza sostituirsi in modo paternalistico ad essi.
L’immagine che preferisco è quella dello Stato come levatrice che, dopo la venuta alla luce della nuova vita, si ritira.

3. Riforma del sistema fiscale
Una terza via di accesso alla resilienza trasformativa è quella che chiama in causa la rifondazione del nostro sistema fiscale. Tre i punti di prioritaria rilevanza. Il primo è quello dell’evasione.
Per la ragione che chi evade presenta una dinamica di produttività inferiore a quella di chi, per competere, deve innovare e ridurre i costi di transizione. Duplice è quindi il danno derivante dall’azione evasiva.
C’è poi un aspetto ancora più preoccupante dell’evasione fiscale: la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali. Bisogna assolutamente evitare che gli aiuti economici di varia denominazione finiscano nei paradisi fiscali.
Più in generale, l’obiettivo da perseguire è quello di giungere ad una trasformazione – non dunque ad una mera riforma – del codice fiscale, ancora troppo “finance friendly”. Ad esempio, la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie non può non essere introdotta.

4. Puntare a un vero smart working
In questo lungo periodo del lock-down ci siamo abituati a comunicare da remoto e a tenere lezioni e riunioni on line. Lo stesso dicasi per l’assistenza medica e psicologica da remoto e per lo smart working. (A dire il vero, però, si tratta di home working; lo smart working è ben altra cosa).
Un punto merita speciale attenzione; tutti, anche e soprattutto i poveri, devono poter accedere alla banda larga e a strumenti tecnologici adeguati al nostro tempo. La banda larga ultraveloce raggiunge il 24% della popolazione italiana; la media UE è del 60%.
Una parola di chiarimento sulla nozione di smart working è qui opportuna. Quello dello smart working è un modello di organizzazione del lavoro di tipo post-tayloristico, secondo il quale si lavora per progetti, con ovvie verifiche. Il progetto è diverso dalla cosiddetta comanda, secondo cui il controllo sui lavoratori può realizzarsi solamente de visu.
Il rischio che va scongiurato è che lo smart working possa costituire una forma di regressione verso un modello low-cost, nei confronti delle tutele universali.

5. La nuova idea di welfare society
Mentre il welfare state poggia sull’idea che debba essere lo Stato (e gli altri enti pubblici) a farsi carico del welfare, avendone l’esclusiva titolarità, il modello di welfare society fa sua l’idea che è l’intera società, di cui lo Stato è parte essenziale, a prendersi cura del benessere delle persone.
È difficile creare comunità in contesti in cui un ente sovrano pensa e provvede a tutto e a tutti. Se allora non si vuole abbandonare l’universalismo – che è stata la grande conquista di civiltà del welfare state – andando verso il modello americano di welfare capitalism, non c’è alternativa alla welfare society.

Leggi la 1° parte dell’intervista
Leggi la 3° parte dell’intervista

2 risposte a "Stefano Zamagni (2): i 5 punti qualificanti di un progetto trasformativo"

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