Prof. Francesco Maiolo (Università-Roma3). Gerarchia e organizzazione. Le aziende sono comunità?

Friedrich von Hayek

Abbiamo rivolto alcune domande sul tema “Gerarchia e organizzazione” a Francesco Maiolo, professore all’Università di Roma3, Dipartimento di Scienze Politiche. Qui di seguito le sue risposte.

Temi trattati: Il principio gerarchico nella visione protestante e in quella cattolica. L’aspetto negativo del potere secondo Ambrogio: la “libido dominandi”. Due concezioni contrapposte: rendere più rigida la gerarchia o dichiarare guerra al potere? Non bastano risposte funzionali a questo quesito, occorre riflettere sui valori esistenziali.

Domanda: Perché non riusciamo a concepire le aziende come comunità? Perché siamo portati a pensare che le relazioni di mercato producano un ordine sociale “spontaneo”. Ma è così? Il perseguire il proprio interesse produce sempre e comunque benefici collettivi?

Risposta: Si è ripreso a parlare di etica protestante e spirito del capitalismo, ma il tutto si riduce o a reiterare generalizzazioni malferme, come quella che contrappone lo spirito d’indipendenza e d’iniziativa dell’individualità protestante allo spirito assistenzialista e attendista dell’individualità cattolica, o a rispolverare triti luoghi comuni, come quello che dipinge i paesi del Sud dell’Europa come parassiti dediti allo spreco delle risorse e quelli del Nord come virtuosi e refrattari alla spesa facile e all’indebitamento perché, nel profondo dell’anima nazionale, si agita lo spettro del legame fra debito e colpa. Quasi mai, quando si trattano simili argomenti, si bada alle distinzioni che pure esistono e sono notevoli all’interno del variegato universo protestante, o, per la precisione, in ciò che resta di quest’ultimo. C’è da ricordare, ad esempio, che in alcune sue varianti è stato proprio il cristianesimo protestante ad aver reso ancora più rigido il principio di gerarchia visto come l’unico rimedio ai mali del mondo in una prospettiva teologica fortemente condizionata dall’idea di predestinazione. Più in generale non si dovrebbe confondere la noncuranza con un esercizio vigile e discreto di virtù. Ad ogni modo, c’è una ragionevolezza di lungo corso nel Cattolicesimo che non viene dibattuta da molto tempo. I Padri della Chiesa si sono costantemente sforzati di far comprendere quali sono i rischi insiti nel ricorso indiscriminato al principio gerarchico.

Ambrogio, nato a Treviri e vissuto nel IV secolo, importante funzionario imperiale prima e poi vescovo di Milano, riferendosi ad un noto passo paolino (Rm 13, 1-7), puntualizza che il potere in quanto tale, facendo parte del piano della creazione, non è un male in sé. Il male, semmai, va ricercato nella brama di potere che, lasciata libera di esprimersi, può tramutarsi in una vera e propria frenesia. Senza il potere, per altro, non vi può essere né giustizia né equità. Non serve dichiarare guerra al potere per contrastare gli effetti perversi del comando gerarchico. Fare qualcosa di buono in questo senso non è utopia, ma una potenzialità pronta a esprimersi nella contingenza della vita di tutti i giorni.

Claude Vignon, Sant’Ambrogio

Nella prospettiva teologica di Ambrogio tale potenzialità deve però sempre fare i conti col peccato e con gli effetti che ne conseguono. Nell’Exameron – una raccolta di nove sermoni sui sei giorni della Creazione – Ambrogio, prendendo come punto di riferimento la comunità degli uccelli, loda la pratica della condivisione delle fatiche e degli oneri, notando che può darsi il caso in cui il potere cessi di essere oggetto di contesa per divenire un bene accessibile al servizio del bene comune, passando dall’uno all’altro. Nel Liber Ecclesiasticus si legge che il potere passa di mano in mano a causa dell’iniquità e della cupidigia umana (Eccli 10, 8). A cosa si riferiva Ambrogio? La possibilità di edificare la libera civitas fu data, per volontà di Dio, dalla natura agli esseri umani proprio sull’esempio degli uccelli. Fatiche, onori e responsabilità possono essere comuni secondo natura, come pure obbedienza e comando. Nella libera civitas nessuno insuperbisce per l’esercizio ininterrotto del potere, e nessuno si abbatte per il lungo servire. Si sa in partenza che ci sarà un’effettiva rotazione degli incarichi e delle funzioni. Ogni avanzamento è ben ponderato e limitato nel tempo, non suscita invidia e non crea problemi di tollerabilità in quanto il compito di sorveglianza è anch’esso comune. La fine dell’avanzamento non nuoce minimamente, non è una diminuzione.

In queste condizioni non vi è la possibilità di tiranneggiare che consiste, come più tardi noterà Tocqueville, che era cattolico, non nell’avere in odio la libertà, ma nell’amarla smodatamente volendola tutta per sé. La libido dominandi, che per Ambrogio è sempre latente, può prendere il sopravvento in chiunque in qualsiasi momento. Quando ciò avviene si altera, irreparabilmente, l’equilibrio in precedenza raggiunto mediante lo sforzo comune. Così cessa la pratica della rotazione degli oneri e degli onori. Si smette di affidarsi al giudizio equo e solidale e si dà invece libero sfogo alla propria passionalità, al desiderio di rivendicare ogni libertà per sé, rendendo più difficile la sopportazione delle fatiche e degli obblighi. Il senso di responsabilità lascia il posto all’incuria. La costrizione, resa ormai necessaria per imporre l’obbedienza a chi è riluttante, provoca avversione nei confronti del potere e di chi lo esercita che nel frattempo si fa sempre più aggressivo e minaccioso. La fatica eccessiva ed ininterrotta rende la buona volontà scarsamente desiderabile, mentre l’occupazione continua e prolungata del potere non può che produrre ulteriore superbia. Ambrogio, come uomo di Chiesa, non può fare altro che raccomandare la tolleranza nelle fatiche e la modestia nel comando, constatando che chi detiene il potere di solito non vi rinuncia facilmente. Dunque pensare di porre rimedio ai guasti della gerarchia rendendo quest’ultima più rigida, oppure dichiarando guerra al potere in quanto tale, come s’è creduto di poter fare all’insegna delle politiche dell’emancipazione, non fa che aggravare la situazione, rendendo il riconoscimento delle strategie manipolatorie del potere incerto e difficoltoso.

Prof. Francesco Maiolo

Nelle nostre società fluttuiamo ancora fra Scilla e Cariddi, cioè fra lo scoglio dell’irrigidimento ulteriore del principio gerarchico e quello della concezione manichea del potere visto come la radice di tutti i mali. Questa polarizzazione è parte del problema, non un contributo alla risoluzione dello stesso. Tutto ciò significa che le risposte di tipo funzionale che ci piovono sulla testa da ogni parte non sono risolutive. Del resto, cos’altro possiamo aspettarci se gli apparati educativi insistono ossessivamente, anche se ogni tanto obtorto collo, sulle abilità di tipo funzionale? Molte delle questioni che si agitano all’ombra della domanda che Lei pone hanno natura esistenziale, non funzionale. Pertanto vanno indagate in un’ottica esistenziale. Sennonché gli spazi per questo tipo d’indagine sono ridotti. Nell’Europa di oggi i saperi vengono fatti viaggiare su binari prevalentemente funzionalisti.

Avevo fatto riferimento all’inizio agli ostacoli che impediscono di concepire e mettere in pratica il progetto di un’organizzazione senza gerarchia. Sono gli stessi ostacoli che impediscono di concepire e mettere in pratica l’azienda come comunità. Uno di questi è la credenza che il perseguire nel modo più radicale e risoluto possibile il proprio utile produca sempre e comunque benefici collettivi. Si tratta di una convinzione che fa parte di una fede più ampia, ovvero la fede nella “spontaneità” dell’ordine sociale prodotto dalle relazioni di mercato. È opinione abbastanza diffusa che tutto ciò che è spontaneo è giusto per definizione e non va osteggiato. L’immagine dell’ordine spontaneo, nella versione che ne ha dato von Hayek, negli ultimi quarant’anni è riuscita ad incantare un pubblico vasto e ideologicamente eterogeneo, evidentemente a corto di stimoli. Può sembrare paradossale che si tessano le lodi della spontaneità nel momento stesso in cui si glorifica l’agire strategico che tende a massimizzare i ricavi, riducendo i costi al minimo. In realtà tra le due cose non c’è contraddizione. L’equivoco nasce dal fatto che siamo soliti associare la spontaneità alla mancanza di calcolo e predeterminazione, o addirittura all’impulsività e all’irruenza. A questa associazione di idee si accompagna la convinzione che dietro ogni mancanza di predeterminazione, o dietro ogni impulsività, si celi, sempre e comunque, un bene prezioso.

I sostenitori dell’ideologia dell’ordine spontaneo si giovano di tale fraintendimento perché proprio quest’ultimo mantiene alta la capacità d’attrazione dell’immagine dell’ordine spontaneo stesso presso una fetta consistente di pubblico progressista, in particolare quella parte che è abituata ad opporre la positività dell’emancipazione continua alla negatività di tutto ciò che ha a che fare con le convenzioni sociali. In questo senso ha ragione Nancy Fraser: s’è realizzata una perfetta unione fra liberismo e progressismo. Ad ogni modo von Hayek non ha mai sostenuto che la spontaneità è da intendersi come mancanza di calcolo. Spontaneità e libertà sono termini perfettamente interscambiabili, quindi decisamente compatibili col calcolo economico. La parola latina spons corrisponde all’italiano libero arbitrio, e l’espressione sua sponte indica non a caso la condizione di chi decide liberamente come agire. Ciononostante si può notare che la centralità del principio della concorrenza nella cornice dell’ordine spontaneo si è trasformata in fissità. Ne è scaturito un dogmatismo che costituisce il nuovo “oppio dei popoli”. Dietro la cortina di fumo che si leva da questo sfondo il principio gerarchico continua a fare ciò che ha sempre fatto.

Leggi la 1° parte dell’intervista
Leggi la 3° parte dell’intervista
Leggi la 4° parte dell’intervista

3 risposte a "Prof. Francesco Maiolo (Università-Roma3). Gerarchia e organizzazione. Le aziende sono comunità?"

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