Senso (o spirito) di appartenenza. Bene, ma senza eccedere

Il senso di appartenenza nelle aziende è una merce ricercatissima. Qualcuno parla anche di “spirito di appartenenza”, ma il termine “spirito” è (forse) troppo volatile e impreciso. Mentre quando si parla di senso, ci si riferisce proprio al singolo collaboratore e al suo intimo bisogno-sentimento – tra i più elevati, come ci ricorda Abraham Maslow, insieme alla stima di sé, alla sicurezza, all’amore e all’autorealizzazione – di essere riconosciuto come appartenente a un gruppo di persone ben definito, a un determinato status sociale con il quale ci si sente in sintonia e pronti a condividere interessi e progettualità comuni.

Non solo. Il senso di appartenenza consente di rafforzare l’identità del collaboratore, di potenziare il significato della sua vita, di riuscire a comprendere valori più generali che vanno al di là dei propri limitati interessi personali e può portare a riconoscersi sempre più pienamente nel “noi” aziendale.

Il senso di appartenenza è importante, inoltre, perché produce come risultato maggiore coinvolgimento, partecipazione, aggregazione da parte del collaboratore, costituisce un incredibile collante tra le persone e rappresenta un ottimo mezzo di potenziamento delle energie, della passione, orientate a raggiungere determinati obiettivi.

Appartenenza, però, è un termine ambiguo. Significa anche essere proprietà di… Vi è il rischio, quindi – qualora questa dinamica umana tendesse a estremizzarsi – che il collaboratore possa vedere ridimensionata la propria identità, la propria autonomia.

Il suo senso di appartenenza potrebbe inficiare il suo pensiero critico, trasformarsi a lungo andare in un sentimento di chiusura nei confronti degli altri, di coloro che non fanno parte del gruppo, spingendo la persona ad atteggiamenti di contrasto verso chi egli finisce per interpretare come “nemico”, in quanto lontano dai propri ideali e quelli del gruppo a cui appartiene, e quindi in grado di mettere in discussione gli interessi e le sicurezze conquistate.

Può succedere in azienda, come nella vita di ogni giorno, quando di fronte a una crescente insicurezza e minaccia, gli altri ci possono apparire insidiosi agenti destabilizzanti, da guardare con sospetto, o, peggio, da considerare nemici da combattere. Ma bisogna fare il possibile per evitare che ciò accada.

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