Mobilità sociale: quasi una favola…

La famiglia Trump

Chi crede nel capitalismo e nella libera iniziativa è convinto, in buona fede (?!), che una persona può avere successo e diventare ricco grazie alle proprie capacità: perché è intelligente, innovativo, lavora sodo, sa esprimere le proprie doti nel modo migliore ed è in grado di sfruttare al massimo le opportunità che gli si presentano.

Ma è proprio così?

Nessuno nega che esistano persone che, pur provenendo da famiglie povere, siano riuscite ad affermarsi e diventare ricche, grazie al loro impegno, alla loro intelligenza e intraprendenza. Ma,

Gregory Clark

sono una ridottissima minoranza. Non lo diciamo per partito preso. C’è chi su questo aspetto ha riflettuto a lungo e ha svolto approfondite e articolate ricerche.

Ci riferiamo allo studioso di economia, Gregory Clark dell’Università di California, che nel suo libro, intitolato “The Son also Rises”, si è chiesto quanto del nostro destino sia legato allo status dei nostri genitori e della famiglia in genere, arrivando alla conclusione che, nonostante si sostenga che le rigide strutture di classe si sono erose a favore di una maggiore uguaglianza, la mobilità nella scala sociale non è migliorata di molto nel corso dei secoli.

La mobilità sociale funziona poco

Utilizzando una nuova tecnica di ricerca – partendo dai nomi delle famiglie più ricche per analizzare l’evoluzione della mobilità sociale secondo le diverse generazioni e in paesi e periodi diversi – Gregory Clark è arrivato alla conclusione che il tasso di mobilità sociale è inferiore a quanto si crede e non è molto diverso da società a società; inoltre, gli effetti delle politiche sociali messe a punto per favorire tale presunta mobilità hanno avuto in genere risultati relativamente modesti.

La sua ricerca riguarda casi relativi a Paesi molto diversi quali Inghilterra, Stati Uniti. Svezia, India, Giappone, Corea, Cina, Taiwan e Cile, analizzati in un arco temporale di oltre 800 anni.

La conclusione è semplice, e, tutto sommato, drammaticamente banale: “Le famiglie ricche generano nuovi ricchi, le famiglie povere generano nuovi poveri”.

Con una precisazione. Non si tratta tanto di semplice trasferimento di denaro da genitori a figli, quanto del fatto che essere nati in una famiglia benestante e possedere i geni giusti, permette di avvalersi di un’educazione all’altezza, di avere numerose opportunità, di approfittare di conoscenze, di godere di grande fiducia, ecc. Elementi che rendono il successo una strada meno in salita di quanto si possa pensare.

Bill Gates e Warren Buffett non sono venuti dal nulla

Prendiamo due esempi importanti come Bill Gates e Warren Buffett, due tra gli uomini più ricchi (e filantropici) degli Stati Uniti. Beh, se non fossero nati in famiglie già ricche probabilmente non sarebbero arrivati dove sono arrivati.

La famiglia Gates

Il padre di Bill Gates aveva uno studio legale con un socio ed è stato presidente della Washington State Bar Association. La madre proveniva da una famiglia di banchieri ed era nel Consiglio di Amministrazione di importanti istituzioni. Il figlio ha avuto la possibilità di studiare in scuole prestigiose, compresa Harvard, che ha abbandonato per avviare una società di software, per la quale la madre gli ha fatto avere un contratto con la IBM.

Warren Buffett era figlio di un membro del Congresso degli Stati Uniti. Ha studiato alla Wharton School, all’Università del Nebraska e alla Columbia Business School. Ha cominciato a lavorare nella ditta di suo padre per poi lavorare con Benjamin Graham, il grande investitore.

E’ vero che nessuno ha dato a Gates o a Buffett i miliardi che hanno adesso. Quelli se li sono fatti da soli e non possiamo negare che siano stati abili a sfruttare la loro posizione di partenza. Ma ci chiediamo: se non avessero avuto questi “aiutini” all’inizio della loro carriera ce l’avrebbero fatta lo stesso?

Nemmeno Trump, se è per questo

A giorni dovrebbe uscire un libro scritto dalla nipote di Trump, Mary, intitolato “Too much and never enough”, edito da Simon & Schuster, che conferma quanto sopra.

Nel libro, oltre ad alcuni episodi piccanti della vita del Presidente, vi sarebbero rivelazioni legate a comportamenti poco chiari dal punto di vista fiscale del padre di Trump, magnate del settore immobiliare e primo artefice della fortuna del figlio.

Quindi, alla fine, quel che conta per diventare ricchi è esserlo di già e magari non avere troppi sensi di colpa o troppi scrupoli

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