Convincere gli altri? E’ quasi impossibile

Spesso abbiamo difficoltà, quando parliamo con qualcuno – che magari ha atteggiamenti apertamente razzisti, negazionisti o crede fermamente in qualche idea complottista – a fargli cambiare idea o, soltanto, a farlo ragionare.

Facciamo di tutto per cercare di argomentare la nostra posizione ma il più delle volte ci scontriamo con ragionamenti banali, slogan, frasi fatte, ripetute all’infinito (magari sentite in qualche dibattito televisivo, o recuperate da qualche sito web), non prive di un loro effetto immediato.

Jonathan Swift

Alle nostre argomentazioni, articolate e che presuppongono ragionamenti più complessi, che richiederebbero da parte di chi ci sta di fronte conoscenze pregresse o soltanto una mente sgombra da pregiudizi, vengono opposte con supponenza scappatoie mentali, stereotipi, semplificazioni che rifiutano ogni elaborazione mentale troppo complicata, ritorcendoci contro l’accusa di usare argomenti capziosi e volutamente contorti.

A questo punto, la reazione immediata sarebbe quella di perdere la pazienza ma, essendo persone civili, semplicemente rinunciamo, abbandoniamo l’impresa, ci diamo per vinti. E, in un certo senso, lo siamo davvero (vinti).

Allora, torna alla mente una amara ma profonda riflessione dello scrittore satirico inglese, Jonathan Swift, che sosteneva:

Una persona non verrà mai indotta con il ragionamento a cambiare la propria opinione errata se non l’ha acquisita a sua volta ragionando”.

In realtà, oggigiorno chi ha più voglia di impegolarsi in qualche ragionamento troppo complesso? Non ce n’è il tempo. La società in cui viviamo ci ha insegnato a fare in fretta, a utilizzare concetti preconfezionati, facili da maneggiare, ”usa e getta”, semplici da scambiare, come le figurine dei bambini.

Il “sistema di equivalenze” sul quale si basa la società capitalista è quello di assegnare a ogni oggetto culturale – sia esso il problema razziale, il negazionismo o l’esistenza di complotti o qualsiasi altro tema importante – un valore virtuale, a seconda che risponda o meno ai canoni della vendibilità e della positiva accoglienza da parte del pubblico (audience).

Libertà di pensiero? No, di opinione…

E questi canoni sono, come abbiamo accennato, semplicità, immediatezza, slogan facilmente memorizzabili, stereotipi, sui quali non occorra riflettere troppo, efficaci per smontare le argomentazioni di ogni interlocutore, evitando il dialogo (sempre pericoloso), nel rispetto della “libertà” di pensiero (scusate, volevo dire di opinione) del cittadino-consumatore.

Opinioni che si reggono sull’ironia, sul cinismo, sul politicamente scorretto, perché è di moda essere “tranchant”, controcorrente, alternativi, indipendenti.

In un mondo dove tutto è verosimile, la verità, ove esistesse, si dovrebbe vergognare perché sembrerebbe ridicola, banale, improponibile al cittadino-consumatore “evoluto” che si è liberato dalle ideologie del passato e si destreggia bene tra realismo e pragmatismo, passando agevolmente da un’opinione all’altra (anche perché una vale l’altra), a condizione che non richieda troppi sforzi di elaborazione e sia provocatoria quanto basta.

Gli ideali, o peggio le ideologie, sono pesanti e ingombranti e la nostra società le ha accantonate, preferendo le opinioni, che non hanno riferimenti, vivono alla giornata, sono meccanismi preconfezionati, pret a porter, rituali simbolici, facilmente spendibili perché bene o male accettati da tutti, anche se non valgono niente.

Le opinioni sono come bitcoin, viaggiano in un mercato alternativo ma sempre più diffuso, mentre il pensiero, cioè la valuta legale, perde sempre più terreno.

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