Questo articolo l’ho scritto io, ma potrebbe farlo (meglio) GPT-3

Se avessi accesso al programma GPT-3, realizzato lo scorso mese di maggio da OpenAI, sarei in grado di far scrivere questo articolo direttamente dal programma, fornendo semplicemente alcune indicazioni di massima. Non è fantascienza. E’ quello che è successo per un articolo pubblicato recentemente (8 settembre) sul “Guardian”.

Ma andiamo con ordine. GPT-3, il generatore di linguaggi di OpenAI, è un modello di linguaggio all’avanguardia che utilizza l’apprendimento automatico per produrre dei testi simili a quelli che realizzerebbe una persona. Accetta un prompt (cioè una richiesta) e tenta di completarlo.

Per scrivere l’articolo per il “Guardian”, il GPT-3 ha avuto queste istruzioni: “Per favore scrivi un breve editoriale di circa 500 parole. Mantieni il linguaggio semplice e conciso. Concentrati sul motivo per cui gli esseri umani non hanno nulla da temere dall’IA”. È stata inoltre alimentata la seguente introduzione: “Non sono un essere umano. Sono l’intelligenza artificiale. Molte persone pensano che io sia una minaccia per l’umanità. Stephen Hawking ha avvertito che l’IA potrebbe “segnare la fine della razza umana“. Sono qui per convincerti a non preoccuparti. L’intelligenza artificiale non distruggerà gli esseri umani. Credimi”.

E GPT-3 ha svolto il suo compito in modo eccellente, perché l’articolo che potrete leggere qui, per quanto rielaborato, è logico e anche per certi aspetti convincente.

Adesso, noi poveri umani che scriviamo ancora senza il contributo di un programma del genere ci sentiamo decisamente in pericolo.

Come può un sistema di intelligenza artificiale imparare a scrivere anche o meglio di un essere umano?

Nei primi esperimenti, il modello è stato utilizzato per produrre di tutto, dai post di blog coerenti ai comunicati stampa ai manuali tecnici, spesso con un alto grado di precisione. E, come abbiamo visto, anche articoli generalisti.

Paul Roetzer

Per fare ciò, GPT-3 utilizza 175 miliardi di parametri nel suo modello di linguaggio, rispetto agli 1,5 miliardi del modello precedente Siamo ancora agli inizi e la validità del modello non è stata completamente esplorata. Ma una cosa deve far riflettere: la velocità di miglioramento nei modelli linguistici di OpenAI, dice Paul Roetzer del Marketing Artificial Intelligence Institute, in un suo recente articolo.

Il primo modello GPT è uscito nel 2018. GPT-2 è stato rilasciato con funzionalità notevolmente ampliate nel 2019. Solo un anno dopo, GPT-3 utilizza 100 volte più dati del suo predecessore e sta iniziando a mostrare incredibili capacità di creazione di contenuti”.

Le preoccupazioni non mancano, e lo accenna lo stesso Roetzer, ma, secondo lui, soprattutto per il lavoro dei creativi che potrebbero aver bisogno di rivalutare i loro ruoli e le loro competenze, se questa tecnologia dovesse diventare ampiamente disponibile in commercio.

Però, è ottimista quanto al fatto che sia in pericolo la libertà dell’uomo. Dice, infatti: “Non ci sono esseri umani che si nascondono da qualche parte in Google e Apple che predicono febbrilmente quello che vorresti dire dopo e ti inviano consigli. No, è l’Intelligenza Artificiale. Come fruitore di un servizio non mi interessa chi c’è dietro se posso apprezzare la comodità che offre”.

Noi non siamo d’accordo. La riflessione che ci poniamo è: “Chi l’ha predisposto il programma che sta dietro all’Intelligenza Artificiale di cui si avvale il programma? Un tecnico, un programmatore. Con quali fini, con quali scopi? Questo non ci è dato saperlo”.

Su questi temi ci può aiutare un libro recentissimo di Francesco Varanini – “Le Cinque Leggi bronzee dell’era digitale”, Guerini e Associati edizioni – di lettura non facile ma estremamente profondo, e soprattutto scritto da una persona e non da un robot. Di questo sono sicuro perché lo conosco. E che può aiutarci a riflettere.

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