Quando il cambiamento in azienda è un “giro di vite autoritario”

Sono i leader con stile autocratico che impongono il cambiamento in un’azienda senza coinvolgere nelle decisioni coloro che lo vivranno in prima persona. In genere, sono manager esterni o che provengono da altre aziende del gruppo, inseriti ai livelli di comando per ottenere drastiche trasformazioni, ristrutturazioni, ridimensionamenti pesanti. Di solito, in gergo, si dice che sono chiamati a “tagliare i rami secchi”. Purtroppo con i rami secchi il più delle volte vengono tagliati anche quelli che danno buoni frutti.

Non so a quanti sia capitata questa esperienza. A me, purtroppo, sì. E ne parlo con cognizione di causa. La condivisione e la partecipazione dei collaboratori nelle azioni da intraprendere per il cambiamento non viene nemmeno presa in considerazione (se non formalmente). Si tratta più che altro di creare un clima di tensione, di paura, di vero terrorismo psicologico, ritenendo così di rendere più semplice la collaborazione e la predisposizione a superare certe naturali resistenze.

Niente di più sbagliato. Eppure c’è chi in questo metodo crede fermamente e ha anche avuto la spudoratezza di descriverlo passo dopo passo, con il coraggio di vantarsene. Eccovi il testo.

Innanzitutto ci vuole un gruppo di persone convinte su quest’aspetto. Basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare. E bisogna distruggere, distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno del ganglio dell’organizzazione che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e questa cosa va fatta nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza requie. Dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. È facile. Se del cambiamento siamo convinti, è giusto farlo, e tutto sommato il capo sono io, quindi si fa. E dopodiché la cosa succede”.

Chi ha pronunciato questa affermazione è l’Amministratore Delegato di un’importante multinazionale italiana. Per pudore evitiamo di farne il nome. Risale al 2016 e il suo intervento (che potrete trovare registrato su YouTube) è la risposta a uno studente dell’Università Luiss di Roma. Davvero uno splendido (!?) insegnamento per i giovani leader…

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