Stefano Bartolini (Università di Siena): “Nel lavoro c’è chi è attivamente disimpegnato” (Prima parte)

Il prof. Stefano Bartolini, docente di Economia presso l’Università di Siena, è anche autore del libro “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-essere a quella del ben-avere”. Un libro che invita a ripensare e riprogettare il nostro mondo perché coniugare prosperità economica e felicità è necessario e possibile. Cambiare la scuola. Cambiare le città. Cambiare lo spazio urbano. Ridurre il traffico. Ridurre la pubblicità. Sono alcune delle proposte concrete che compongono un vero e proprio manifesto per la felicità.

Al prof. Bartolini abbiamo rivolto alcune domande.

Aumenta il disimpegno in ambito lavorativo

Domanda: Il lavoro occupa una parte preponderante del nostro tempo e in questa attività dovremmo trovare la nostra realizzazione. Purtroppo raramente è così. La struttura gerarchica e la burocrazia nelle aziende sono alcune delle cause che impediscono che ciò accada. Lei cosa ne pensa?

Prof. Stefano Bartolini

Risposta: L’eccesso di gerarchia e burocrazia deprime molto la soddisfazione dei lavoratori nelle aziende. Purtroppo, vige ancora l’idea che chi comanda debba per forza essere una “carogna”, e sopravvive un certo tipo di cultura manageriale impostata sull’idea del “bastone e della carota”, su incentivi legati al raggiungimento di risultati, alla continua crescita produttiva, a una sfrenata competizione che provoca crescente malessere all’interno delle organizzazioni.
Secondo alcune ricerche, il giorno della settimana più a rischio d’infarto per i lavoratori è il lunedì, quello meno a rischio, naturalmente, la domenica. In Europa la percentuale di persone che si dichiara impegnata sul lavoro è il 14%; quelli non impegnati il 73%. Ma il dato più preoccupante è che il 20% si dichiara attivamente disimpegnato, cioè fa il possibile per evitare il lavoro, si imbosca o, peggio, boicotta l’azienda.

L’esempio di Olivetti

Domanda: In alcune imprese si stanno mettendo in atto soluzioni che ridimensionino la gerarchia e offrano ai lavoratori maggiore autonomia e capacità decisionale. E’ possibile modificare la filosofia delle aziende per farle diventare un po’ più democratiche e aperte alla reale partecipazione dei lavoratori, oppure è uno sforzo inutile?

Risposta: Io sono decisamente ottimista perché questo sta già avvenendo. Ad esempio, nelle imprese che operano nel settore digitale, come Google, l’organizzazione del lavoro è molto meno gerarchica. Esistono strutture a rete o a isola che garantiscono una ampia autonomia decisionale ai collaboratori. Chi lavora in Google, inoltre, può dedicare due ore su otto a propri progetti personali. D’altra parte, questo tipo di organizzazione più democratica ce la siamo inventati noi in Italia. Pensiamo all’esperienza di Olivetti, che comunque è stata la punta di un iceberg, perché molte imprese italiane, soprattutto piccole, hanno saputo sviluppare un tipo di capitalismo diverso, meno legato all’interesse della proprietà e che, ad esempio, ha portato alla creazione dei distretti industriali, veri esempi di efficienza. D’altra parte, anche le grandi organizzazioni internazionali (si veda il World Economic Forum di Davos 2020) hanno sottolineato la necessità di un cambiamento dell’idea capitalista che tenga sempre più conto degli interessi di tutti gli stakeholder coinvolti e non solo degli azionisti.

Leggi la 2° parte dell’intervista

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