Daniela Bandera sul libro “Good Guys”: stereotipi e buone intenzioni (Prima parte)

Siamo lieti di pubblicare un intervento di Daniela Bandera – Sociologa delle organizzazioni e del lavoro, Amministratrice Delegata di Nomesis – Intelligence for solutions e Presidente Nazionale di EWMD Italia – European Women’s Management Development – che riflette sulle affermazioni degli autori del libro “Good Guys”, non lesinando critiche alla loro posizione.

“Le barriere che riguardano il “genere” sono evidenti ogni giorno all’interno delle organizzazioni, d’altra parte il “genere” è una costruzione culturale che nella sua oggettiva manifestazione racchiude tutti i significati sociali che si sovrappongono al dato biologico e nelle organizzazioni le donne, come gli uomini, ricevono un trattamento che è determinato dal come vengono percepiti come femmine o come maschi.

Questo tipo di constatazione è alla base del pensiero femminista e di quanto sostengono David G. Smith e W. Brad Johnson, nel loro libro “Good Guys”, in cui, dati alla mano, dimostrano, dopo aver analizzato dei casi concreti di strategie di gender inclusion, che le pratiche adottate che prevedono un forte engagement della componente maschile, producono risultati eclatanti in termini di progresso delle donne nell’organizzazione, rispetto a quelle pratiche in cui non viene prevista un engagement altrettanto forte dei colleghi. Nel primo caso il 96% delle donne ha dei progressi, contro il 30% nel secondo caso.

Il libro descrive in modo preciso come gli uomini possono essere degli alleati delle colleghe nel percorso di avanzamento nella carriera, nel superamento degli stereotipi che determinano il “glass ceiling”. Infatti possono essere un supporto attivo, da un lato, per lo sviluppo del talento femminile e, dall’altro lato, all’acquisizione di codici comportamentali più rispettosi nelle relazioni di lavoro.

Daniela Bandera

Ammetto che mi fa piacere vedere che gli uomini si confrontano e tentano di trovare delle soluzioni, su un terreno così ostico e spigoloso per loro ma quanto documentato, relativamente al fatto che gli uomini possono essere i migliori alleati delle donne nei posti di lavoro, sembra invitare le donne a considerare l’idea di avere un riferimento di genere maschile, come primo obiettivo strategico, quando pensano alla loro emancipazione nel mondo del lavoro.

L’impressione che si ha dalla lettura di “Good Guys” è quella di un approccio paternalistico, che poggia su un archetipo molto consolidato e tradizionale, peraltro individuato anche dagli autori, quello del mito dell’importanza della caccia ai fini dell’evoluzione e dello sviluppo dell’uomo sulla terra.

Le tesi degli autori non scalfiscono il dato consolidato che, quando si parla di donne e di emancipazione femminile, si debba necessariamente partire da un punto di vista maschile, che essendo il pensiero dominante nell’organizzazione è dentro i problema.

Le soluzioni individuate appaiono essere più una concessione al mito del cacciatore, soprattutto quando sostengono che una delle modalità per esprimere la propria “alleanza alla causa dell’emancipazione femminile” sia il mentoring maschile. Capisco i buoni sentimenti che guidano una scelta di questo genere ma è innegabile che reitera la posizione di sudditanza delle donne in crescita ad una figura maschile emancipante”.

Di Daniela Bandera segnaliamo il libro dal titolo “L’impresa coevolutiva. Le quattro sfide del management”, Franco Angeli, Economia Management, 2019, euro 46,00.

2 risposte a "Daniela Bandera sul libro “Good Guys”: stereotipi e buone intenzioni (Prima parte)"

  1. Domenica Alghisi novembre 12, 2020 / 12:14 PM

    Grazie sig. Perugini per lo spazio dedicatoci riguardo a questo dibattito. Good job

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